Una domenica delle Palme violata

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Quest’anno la domenica delle Palme, ricorrenza cattolica che celebra l’arrivo di Gesù a Gerusalemme, è caduta il 29 marzo. La domenica mattina il cardinale Pizzaballa, Patriarca cattolico di Gerusalemme, insieme a padre Francesco Ielpo, Custode di Terrasanta, si sono recati, in forma privata, presso la chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, per celebrare la messa.
La polizia israeliana ha però fermato i due prelati, impedendo loro l’accesso al luogo sacro.
Il Patriarcato latino di Gerusalemme, che corrisponde ad una diocesi, ha commentato con durezza l’accaduto con un comunicato: “Questo incidente costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.
In questi stessi giorni Papa Leone XIV non si trova a Roma, ma nel principato di Monaco; è la prima volta che un pontefice compie un viaggio internazionale nel ricco principato. Viene fotografato, infatti, mentre si affaccia al balcone insieme alla famiglia Grimaldi.
Venuto a conoscenza di quanto successo al Patriarca di Gerusalemme, esprime parole di condanna. “Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che detengono la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa Cattolica e i Luoghi Santi costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata”.
Così ha detto, infatti, commentando l’accaduto.
Le sue parole, però, sono apparse a molti inadeguate e blande.
Soprattutto alla luce del fatto che è la prima volta che un episodio simile accade.
La storia ci insegna, infatti, che i cristiani hanno sempre avuto accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme.
Se ad esempio torniamo indietro nel tempo, all’epoca delle Crociate, perfino dopo la battaglia di Hattin, nel 1187, e la successiva riconquista di Gerusalemme da parte di Salah ad din, allora Sultano d’Egitto, ai pellegrini cristiani fu concesso l’accesso ai luoghi sacri. Il Sultano si comportò nei confronti dei cristiani in modo magnanimo e illuminato, evitando saccheggi, massacri e rappresaglie contro la popolazione civile.
Tutto questo accadeva nel cuore del Medioevo.
Per questo quanto accaduto oggi appare ancora più irragionevole, inaccettabile e grave.
Anche il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha commentato l’accaduto: “È inaccettabile – ha detto – aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Ho dato immediate istruzioni al nostro Ambasciatore in Israele di esprimere alle autorità di Tel Aviv il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre e in ogni circostanza, della libertà di religione”.
La Premier Giorgia Meloni, che all’inizio del suo mandato si è definita “donna, madre, cristiana”, ha, a sua volta, espresso solidarietà nei confronti del Patriarca di Costantinopoli, affermando che il suo mancato accesso alla chiesa del Santo Sepolcro “costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”.
Purtroppo però, negli ultimi tempi, il nostro ministro degli Esteri ci ha abituati a roboanti dichiarazioni di principio, alle quali non hanno poi fatto seguito iniziative concrete, contribuendo così all’opinione diffusa che l’Italia oggi conti davvero poco sullo scacchiere internazionale.
Eppure la situazione internazionale appare sempre più esplosiva, dopo l’attacco americano-israeliano all’Iran, e lo Stretto di Hormuz, definito in arabo “Baba as-Salam” cioè “Porta della Pace”, è diventato l’epicentro della guerra e ha generato una crisi energetica mondiale, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio. Da giorni l’Iran blocca il passaggio delle navi mercantili per lo stretto di Hormuz, snodo indispensabile per trasportare il petrolio e il gas estratto dai paesi del golfo Persico nel resto del mondo. Secondo recenti rapporti geopolitici, l’Iran sta attuando una strategia per controllare il transito nello Stretto di Hormuz, imponendo pedaggi alle navi commerciali e spingendo per il pagamento in yuan cinesi invece che in dollari statunitensi. Una mossa che mira a aggirare le sanzioni statunitensi e a sfidare il dominio del “petrodollaro”, favorendo l’internazionalizzazione della valuta cinese, specialmente dopo le tensioni e gli attacchi nel Golfo Persico.
L’ambasciata iraniana in India ha smentito tali richieste su X (ex Twitter), definendo le voci come non ufficiali. Tuttavia, i rapporti di intelligence marittima confermano le richieste in yuan cinesi.
In sintesi, l’Iran sta cercando di rendere Hormuz un “checkpoint finanziario” a favore dello yuan, creando un precedente significativo per il commercio globale di petrolio.
E l’Europa? Non pervenuta. E l’Italia? Non pervenuta.

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