Per anni ha aiutato donne vittime di violenza, ascoltato storie di paura e sofferenza, sostenuto chi cercava il coraggio di denunciare. Oggi è lei a chiedere aiuto, raccontando di essere stata esclusa proprio da un centro antiviolenza catanese che aveva contribuito a fondare. Il motivo, secondo quanto riferisce, sarebbe la sua adesione ad un movimento politico.
La vicenda è stata segnalata allo sportello antiviolenza del Codacons da una psicologa e psicoterapeuta catanese, che ha dedicato molti anni della propria attività professionale alla tutela delle donne e al sostegno delle persone più fragili.
Nella lettera inviata all’associazione, la professionista racconta di aver ricevuto una delibera nella quale il suo orientamento politico viene considerato incompatibile con i principi del centro. Il documento, di cui riporta alcuni passaggi, parla di “assoluta e insanabile incompatibilità” tra le idee del movimento politico e le finalità dell’associazione, arrivando a proporre formalmente la sua esclusione dalla qualifica di socia.
A rendere la vicenda ancora più controversa è il fatto che la stessa presidente del centro antiviolenza aveva già intrapreso un percorso politico, candidandosi alle elezioni con una formazione di diverso orientamento. Una scelta che la psicologa afferma di aver sempre rispettato, pur non condividendone le convinzioni.
Quando però è stata lei a manifestare pubblicamente la propria adesione politica, racconta di essersi trovata di fronte a una situazione che non avrebbe mai immaginato.
Nella lettera ripercorre gli anni trascorsi accanto alle donne in difficoltà, i colloqui, gli interventi negli ospedali e le storie di chi cercava qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare. Non aveva mai chiesto a nessuna quale partito sostenesse o quali fossero le sue idee politiche.
Per lei erano donne che avevano bisogno di aiuto. E questo bastava.
Oggi, dopo tanti anni di impegno, è proprio il senso di esclusione a ferirla maggiormente.
“Sono passata dall’accogliere donne ferite dall’umiliazione e dall’esclusione a sentirmi io stessa umiliata ed esclusa.”
La psicologa parla di violenza morale e descrive il dolore di sentirsi allontanata da una realtà alla quale aveva dedicato tempo, competenze ed energie. Una realtà nata per difendere le donne e il loro diritto a vivere libere dalla paura e dalle discriminazioni.
La vicenda pone interrogativi che vanno oltre le appartenenze politiche. È giusto che una donna possa vedere messa in discussione la propria partecipazione a un’associazione per le idee che esprime? E quale spazio resta per la libertà di pensiero se le differenze politiche diventano motivo di esclusione?
Il Codacons, da anni impegnato attraverso i propri sportelli nella tutela delle vittime di violenza e nella difesa dei diritti della persona, richiama l’attenzione sulla necessità di rispettare le libertà individuali anche quando le convinzioni degli altri sono lontane dalle proprie.
Non si tratta di condividere o meno le posizioni di questo o quel partito. Il punto è comprendere se una scelta politica personale, indipendentemente dal suo orientamento, possa giustificare l’esclusione da un’associazione e se, nel caso specifico, siano state rispettate le regole statutarie e i diritti della socia.
La denuncia della psicologa merita attenzione, così come resta necessario conoscere la posizione del centro coinvolto e chiarire la natura della decisione adottata. Ma il principio in discussione riguarda tutti. La libertà di pensiero non può valere soltanto per chi la pensa allo stesso modo.
Nelle ultime righe della lettera, la professionista affida al Codacons una richiesta che va oltre la propria vicenda personale.
“Vorrei che quanto accaduto a me non accadesse a qualcun altro.”
Un appello che arriva da una donna abituata ad ascoltare e difendere le altre donne e che oggi chiede, a sua volta, di essere ascoltata.
Catania: fondatrice di un centro antiviolenza denuncia di essere stata “cacciata” per le sue idee politiche
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