«Stupido è chi lo stupido fa», recitava una delle massime più celebri della storia del cinema per ricordarci che sono le nostre azioni, e non i nostri limiti, a definirci. A trent’anni da quella lezione, il debutto cinematografico di Figli perduti ci spinge a declinare quel concetto in una nuova forma: perduto è solo chi il perduto fa.
Oltre le etichette con cui la società tende a catalogare le periferie e i loro ragazzi, “perduto” è soltanto chi si arrende a questa definizione, continuando a commettere azioni illecite contro di sé e contro gli altri. Eppure, anche nelle ombre più fitte, resta sempre una possibilità di riscatto. È proprio su questo confine sottile tra l’errore e la redenzione che si muove la prima opera scritta e diretta dal giovane regista Lorenzo Maria Chierici, presentata in anteprima nazionale ad Alice nella Città nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2026.
Dalla periferia al grande schermo: una storia vera
La scintilla che ha dato vita al progetto affonda le radici nel vissuto personale del protagonista e del regista:
«Ho raccontato la storia di un mio amico, Daniel, e degli altri protagonisti della comunità Kayròs», spiega Chierici.
Dietro la macchina da presa e tra le righe della sceneggiatura c’è un meticoloso lavoro di preparazione durato anni, alimentato da un legame autentico tra i componenti del team. Definibile come un’opera d’autore fotografata e interpretata da un cast di ventenni, il film scava a fondo nella realtà drammatica dei suoi protagonisti senza mai scivolare nel giudizio moralistico. Mostra, piuttosto, come il cambiamento non sia mai un percorso solitario, ma un traguardo possibile solo quando si incontra qualcuno disposto a restare.
A dare ulteriore forza all’opera è la partecipazione straordinaria di Alessandro Gassmann nel ruolo del mentore, figura ispirata a don Claudio Burgio:
«La sceneggiatura mi è piaciuta moltissimo perché è scritta bene», ha dichiarato Gassmann, e continua dicendo: «Mi piace sostenere le opere prime quando esprimono un forte senso sociale».
Il produttore Luca Bernabei ne ha sottolineato il valore centrale come racconto che parlando di “amicizia, sentimenti veri e relazioni autentiche” trova la sua ideale collocazione distributiva con Medusa Film.
L’attore Matteo Oscar Giuggioli, che impersona Daniel, e il regista hanno poi definito il lavoro un «film maleducato che parla di educazione»: non una lezione calata dall’alto, ma lo sguardo diretto di una squadra di giovani che si rivolge ai propri coetanei con un linguaggio visivo “rapido, imperfetto e volutamente aggressivo” per raccontare le fragilità vere giovanili senza il filtro degli adulti.
L’inaspettato filo rosso: da Forrest Gump a Quarto Oggiaro
A un primo sguardo potrebbe sembrare un azzardo accostare un classico di finzione come Forrest Gump alla cruda realtà di Figli perduti. Il primo è una commedia drammatica che attraversa la storia americana con leggerezza pop; il secondo è un’immersione dal timbro neorealista nella storia vera di Daniel Zaccaro, ex rapinatore della periferia milanese di Quarto Oggiaro.
Eppure, ad un’analisi più profonda, emergono punti di contatto sorprendenti: per primo il riscatto contro i pregiudizi. Entrambe le storie mettono al centro un protagonista etichettato come “svantaggiato”. Se Forrest convive con un deficit cognitivo e fisico, Daniel deve spezzare le logiche distruttive della criminalità minorile e del branco. Entrambi ribaltano un destino apparentemente segnato, trovando nella cultura il proprio strumento di salvezza: Daniel arriverà infatti a laurearsi in Scienze dell’Educazione.
Poi è la volta di puntare l’attenzione sull’importanza dei mentori: la trasformazione non avviene mai in solitudine. Se per Forrest la bussola morale è la madre, affiancata da Jenny e dal Tenente Dan, per Daniel la svolta arriva nell’incontro nel carcere “Beccaria” con don Claudio Burgio, nel sostegno materno e in Sofia, impersonato da Martina Lampugnani, che gli spalancano le porte della comunità Kayròs e dell’amore.
Fino a spogliarsi della corazza: mentre Forrest attraversa le distorsioni del mondo conservando una disarmante purezza d’animo, Daniel compie il percorso inverso: spogliarsi della durezza e dell’aggressività imposte dalla strada per riscoprire la propria vulnerabilità e metterla al servizio degli altri, diventando lui stesso un educatore.
Un manifesto universale
Figli perduti non si limita a essere la cronaca di una periferia difficile. Si eleva a vero e proprio manifesto universale sulla capacità umana di cadere, perdersi e, infine, reinventarsi.
Figli perduti: il riscatto, la strada e la forza di reinventarsi
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