Condannare la violenza è un dovere. Interrogarsi sulle ragioni del disagio è una responsabilità politica.
Diverse città italiane sono state interessate da manifestazioni su temi che vanno dal carovita al riarmo, fino alle questioni internazionali. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, l’attenzione delle autorità è alta. E da pochissimo è entrato in vigore il decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, dedicato alla sicurezza pubblica e al contrasto della criminalità minorile.
Il messaggio è chiaro: lo Stato vuole dimostrare di saper intervenire. Ma c’è una domanda che merita altrettanta attenzione: oltre a saper reprimere, sa anche prevenire?
Quando una protesta degenera in aggressioni, devastazioni o minacce, non ci sono giustificazioni. Chi commette reati deve risponderne secondo la legge. Le forze dell’ordine hanno diritto a lavorare in sicurezza e i cittadini non devono subire le conseguenze della violenza altrui.
Il problema nasce quando la sicurezza rischia di diventare la risposta a ogni domanda sociale. Perché, se un giovane non trova lavoro, un blindato non può offrirgli un contratto. Se una famiglia non riesce a pagare l’affitto, un drone non può saldare le bollette. E se uno studente non vede prospettive, schierare la Folgore o immaginare carri armati a ogni angolo, può forse alimentare la sensazione di uno Stato forte, ma non costruisce automaticamente fiducia.
Naturalmente, nessuno sostiene che militari, polizia e strumenti di prevenzione siano inutili. La sicurezza pubblica è una funzione essenziale dello Stato. Ma sarebbe curioso scoprire che, per affrontare il disagio giovanile, siamo diventati più efficienti nell’organizzare i controlli che nel garantire opportunità. Sarebbe quasi da istituire un reparto speciale contro la precarietà, pattuglie contro gli stipendi insufficienti e un’unità d’élite incaricata di stanare l’abbandono scolastico. Qui, però, servirebbero meno sirene e più investimenti: nella scuola, nella formazione, nel lavoro, negli spazi di aggregazione e nei servizi sociali. La rabbia non giustifica la violenza, ma neppure la presenza di violenti autorizza a liquidare ogni protesta come teppismo. Nelle piazze possono convivere comportamenti illegali, rivendicazioni legittime e difficoltà reali. Confondere tutto significa rinunciare a capire; distinguere, invece, permette di attribuire le responsabilità senza trasformare un’intera generazione in un sospetto collettivo.
Il punto non è scegliere tra sicurezza e diritti. È pretendere entrambe le cose. Lo Stato deve impedire le aggressioni, tutelare i cittadini e far rispettare le regole. Ma deve anche spiegare quali politiche intenda adottare per affrontare precarietà, difficoltà abitative, disuguaglianze e mancanza di prospettive. Sono questioni che non appartengono a una sola parte politica. Riguardano la capacità delle istituzioni di trasformare i problemi documentati in risposte verificabili. E riguardano anche il modo in cui si ascolta il dissenso: non per giustificarlo automaticamente, ma per comprenderne le ragioni prima che la distanza diventi ancora più profonda. Uno Stato autorevole non è quello che riesce soltanto a imporre il silenzio. È quello che fa rispettare la legge e, nello stesso tempo, offre ai cittadini motivi concreti per fidarsi delle istituzioni. Perché una piazza vuota non significa necessariamente che il disagio sia scomparso. Potrebbe significare che è stato risolto, ma anche che si è semplicemente spostato altrove, lontano dalle telecamere.
La violenza va fermata. Il disagio va affrontato. Le responsabilità individuali vanno accertate e quelle politiche devono essere discusse alla luce delle decisioni e dei risultati.
Se per convincere i giovani che lo Stato è dalla loro parte servono soltanto divieti, sanzioni e dimostrazioni di forza, forse la domanda da porsi non è quanti mezzi schierare, ma quante opportunità siamo capaci di offrire. Perché la sicurezza difende il presente, ma un futuro credibile aiuta a proteggerlo.

