Minya: l’artista filosofa che fa inciampare il tempo nell’eternità

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Se incontri Minya per strada la riconosci subito. Ha gli occhi affamati di albe che non saziano; occhi voraci che guardano due volte, per vedere e per ricordare i dettagli. Ha addosso il colore di ieri, che ha usato per tendere un agguato al tempo, con la sacra ostinazione e la raffinata e disarmante arroganza di chi sa proferire un secco e deciso no all’inesorabile. Ha in tasca mappe e bussole che le consentono di varcare soglie – tramite l’ausilio di metafore visive – e di farle passare anche ai compagni di viaggio più distratti che grazie a lei percorreranno strade nuove in modi nuovi. Il suo cuore è un archivio di umanità e di tentativi, grande come la città che le ha dato i natali e inespropiabile.
L’unico reato che le si può imputare, e che è solita reiterare, è quello di non lasciar passare niente senza lasciare una traccia da incorniciare e da tramandare per non dimenticare. In un mondo che ha messo la bellezza sotto processo e che vende l’oblio a rate,
Minya va in banca, ritira tutto e paga in anticipo il debito degli altri, trasformando in colore l’oggi imbevuto di paura di sentire e donandogli dignità che abbellisce anche il dolore più dilaniante.
E se è vero – come asseriva Picasso – che “L’arte è la menzogna che ci fa comprendere la verità”, per spiegarci il mondo che corre velocemente verso il domani, Minya “mente” così splendidamente che dopo aver visitato la sua mostra GAPscape TIME/Sixth Era il mondo sembra diverso.
La disciplina, la libertà e l’improvvisazione sono il pavimento della sua arte, quelle che le fanno partorire senza epidurale un’umanità nuova, che non riesce ad accontentarsi di un “quasi” né di un “abbastanza” ma solo di scelte, tracce e memoria che danzano con instancabile passione tra tecnica e volo, tra dovere e desiderio, perdendosi nell’oggi prima che diventi ieri.
L’unica vera vittoria contro il tempo non è vincere, è insistere con zelante tenacia, quella che fa camminare e poi correre anche i sogni claudicanti e che considera il talento il miglior falsario della memoria, perché non morirà mai stanco, morirà curioso.
Il tempo è un ladro che non bussa mai. Entra all’alba senza far rumore, esce a mezzanotte senza lasciare impronte e portando via tutto senza ricevuta: luce, volti, stagioni, amori e promesse.
Le opere di Minya sono jazz su tela, che sa osare, stupire e fermarsi, inchiodando alla legge dell’eternità attimi visibili solo con gli occhi del cuore allenati all’imprevedibile.
Minya è maestra nel tendere imboscate alla vita costringendola a mettersi in posa con arrendevole docilità. E’ colpevole solamente di due reati: persegue perfezione e profondità,  che con caparbietà commette senza soluzione di continuità.
La natura distrugge; il tempo corrode; l’uomo dimentica ma l’artista stratifica, e mettendo un giorno sopra l’altro imprigiona l’effimero nel “per sempre”, costringendo il tempo a mettersi in posa senza l’assurda pretesa di dominarlo o fermarlo.
Minya prende il naturale processo di rovina e lo trasforma in mirabile arte che incanta e toglie il fiato come prima di un bacio, lavando dall’anima la polvere del quotidiano che fa solo tossire perniciosamente.
Paul Klee lo disse con la semplicità dei profeti: “L’arte non riproduce il visibile. Rende visibile.”
Rende visibile il dolore, il peso di un silenzio insopportabile e soprattutto il tempo, perché sono impastati con la stessa sostanza: l’attesa, attesa di occhi che non sono ancora nati e che ne carezzeranno la bellezza.
Se il tempo è un fiume che scorrendo rapisce i giorni, Minya con la sua metaforica unicità è la riva che li trae in salvo.
Essere pittrice è una grazia crudele, perché per salvare un giorno degli altri devi sacrificare i tuoi con lungimirante generosità.
Mentre il mondo vive, lei guarda; mentre il mondo dimentica lei ricorda due volte, con il cuore e con la tela bianca e il colore tra le mani.
I suoi occhi ebbri di vita non tremano, con elegante disinvoltura fanno uno sgambetto al tempo e lo intrappolano senza ferirne la dignità, tanto che rialzandosi si toglie il cappello in segno di rispetto nei suoi riguardi.
Minya con le sue opere intende fortemente innescare riflessioni sulla società contemporanea – da lei vista come un alveare – senza dare risposte preconfezionate ma facendo sorgere domande che mettono le ali ai pensieri. Nell’alveare si lavora sempre – si costruisce, si produce, si sopravvive – proprio come l’ispirazione di Minya che non trova mai riposo, è costantemente a lavoro, come un cantiere aperto H24 che non mette in vendita la libertà in cambio di rasserenanti certezze e traiettorie. Come sosteneva Sartre: “La libertà non è fare ciò che si vuole, ma voler ciò che si fa”. L’alveare non è per lei solo una fabbrica traboccante di operosa laboriosità ma un giardino in cui si lavora insieme e si sogna da soli percorrendo strade diverse.
Tutti gli artisti rubano a Dio il diritto di decidere cosa dura e cosa no, sopravvivendo a musei, guerre e governi. I re muoiono; gli imperi si sgretolano; le mode passano, ma un quadro resta e aspetta con infinita pazienza occhi nuovi a cui insegnare il modo per non morire del tutto.
La società odierna corre e le connessioni emotive sono diventate notifiche veloci e luminose che si cancellano con uno swipe.
Siamo bravissimi a mettere “mi piace”, bravissimi a dire “ci sono” con gli emoji, ma siamo terrorizzati dal silenzio e dal guardare negli occhi senza parlare. Oggi connettersi è facile. Restare connessi è un’arte, perché le connessioni emotive vere non fanno rumore, non hanno filtri ma
hanno il calore di una mano che stringe la tua quando il dolore viene a farti visita come un ospite inaspettato. Viviamo in un mondo in cui le persone hanno mille e più contatti e fame di essere viste e non guardate; fame di essere ascoltate e non commentate. La nostra società ha sostituito senza vergogna il tempo con la velocità e ha barattato la profondità con la straripante quantità. Per ultimare un quadro a volte ci vogliono mesi per una storia sui social meno di 24 ore. E persino noi stiamo imparando a vivere in 24 ore. Per un artista connettersi è invece
rubare tempo al tempo e regalarlo a occhi futuri. È mettere in posa un’emozione senza scappare quando fa male. È firmare con l’anima, non solo col nome. Il mondo ha bisogno di meno reti e più fili. Fili sottili, invisibili, che tengono insieme le persone anche quando non si scrivono per settimane. E questo dalle installazioni di Minya emerge con urgenza e gentile prepotenza.
Per Carl Gustav Jung “Il sogno è la piccola porta nascosta nella parte più profonda e intima dell’anima”. Per Minya i sogni non sono evasione ma archeologia. È proprio per tale motivo che lei scava nelle emozioni per riportare in superficie ciò che la società ha seppellito sotto cumuli di fretta: meraviglia, lentezza, stupore. Minya – da esperto e collaudato ingegnere di portali visivi – quando appone la sua firma non firma un’opera ma una promessa. Per lei dall’altra parte della tela ci sta aspettando una versione di noi che la realtà aveva dimenticato di disegnare e di cui noi siamo protagonisti indiscussi.

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