Nata a Novi Sad nel 1975 con il nome di Minja Višekruna, Minya Mikic è un’artista italiana di fama internazionale che vive e lavora tra Roma e Zurigo. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Novi Sad, ha sviluppato un linguaggio artistico originale fondato sull’impiego di pigmenti naturali applicati su tela e plexiglas, dando vita al progetto GAPscape, esposto in prestigiose sedi museali e istituzionali in Europa e negli Stati Uniti. Ha collaborato con il critico Achille Bonito Oliva e una selezione delle sue opere fa parte della collezione permanente della Banca d’Italia a Palazzo Koch, a Roma. Dal 2021 è ambasciatrice culturale della sua città natale, Novi Sad, Capitale Europea della Cultura.
Nel panorama dell’arte contemporanea, Minya Mikic si distingue per una ricerca che intreccia linguaggi, culture e memoria, dando vita a opere di intensa forza evocativa. Il suo percorso artistico, sviluppato in una dimensione internazionale, è caratterizzato da una costante sperimentazione e da una riflessione sul rapporto tra identità, spazio ed esperienza umana. In questa conversazione, l’artista ripercorre le tappe della sua evoluzione creativa, approfondisce i temi che attraversano la sua produzione e offre uno sguardo sul ruolo dell’arte come strumento di dialogo e conoscenza
C’è un errore che è diventato il tuo marchio di fabbrica?
Creare un’opera GAPscape richiede una lunga preparazione, schizzi, studi, riflessioni. Più la struttura è rigorosa, più può accogliere la libertà. A volte un quadro si conclude in poche settimane, altre volte richiede mesi. Esistono poi errori preziosi, quelle rare serendipità in cui uno sbaglio apre una strada che non avevo immaginato. Sono momenti quasi magici. Da quelle deviazioni nascono spesso nuovi cicli di ricerca. La vera sfida consiste nel riconoscere quando un errore non è un errore, ma un inizio.
Dipingi di più il silenzio o il rumore? E quando li dipingi insieme che suono producono?
Le mie opere sono bassorilievi costruiti attraverso stratificazioni di pigmenti naturali. Gioco spesso con il monocromo, alcuni quadri sembrano completamente bianchi, quasi silenziosi, ma chi li osserva attentamente scopre i colori dei primi strati, che emergono soltanto a chi dedica loro tempo.
Riesci a trovare la bellezza anche nei posti che tutti definiscono brutti?
La bellezza non è una qualità assoluta, ma uno sguardo. Liberarsi dai luoghi comuni e costruire un proprio giudizio è già un atto estetico e, in fondo, anche politico. La nostra idea di bellezza nasce dall’incontro tra sensibilità, cultura ed esperienza. È lì che l’arte continua a interrogare il presente.
Se la tua pittura fosse un genere musicale quale sarebbe?
Senza dubbio il jazz. My Favorite Things di John Coltrane. Come nella mia pittura, anche nel jazz convivono disciplina e libertà, una struttura rigorosa che lascia spazio all’improvvisazione. È proprio in quell’equilibrio che nasce qualcosa di vivo.
Il bianco della tela ti ha fatto mai paura?
Al contrario. La tela bianca rappresenta una possibilità infinita. Davanti a lei vedo molte direzioni. Per questo lavoro quasi sempre su più opere contemporaneamente, le idee dialogano tra loro, si contaminano e crescono insieme.
Sei solita dipingere il mondo come lo vedi o come vorresti che ti vedesse?
Ogni opera nasce molto prima della pittura. Nasce da un’idea o da un’emozione che lentamente prende forma. Il mio lavoro consiste nel trovare la metafora e il materiale capaci di darle corpo. Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che lentamente comprendo.
Quando dipingi sei l’alba che non ha ancora deciso di sorgere o la notte che non vuole ancora andare a dormire?
L’alba è il momento in cui tutto sembra ancora possibile. La luce del mattino apre nuove prospettive e il tempo sembra infinito.
C’è un colore che metti sulla tela ma ti resta sulla pelle per giorni perché impiega più tempo per asciugare?
Sì, spesso mi capita di avere le mani colorate per giorni. È uno dei pochi segni del lavoro che porto con me anche fuori dallo studio.
Se fossi un ladro quale secondo ruberesti al tempo per renderlo eterno?
Quello prima di un addio o quello dopo aver proferito un sì? Cercherei di trattenere l’istante in cui qualcosa sta per trasformarsi. È esattamente ciò che accade con i lamponi nelle mie opere: una materia destinata a decomporsi diventa opera. L’intervento artistico prova a trasformare l’effimero in eterno.
In un mondo che corre veloce, cosa sei riuscita a trattenere? Un secondo, un battito o uno sguardo?
Credo che quando si crea qualcosa, il tempo impiegato in quella creazione lasci delle tracce che raccontano il nostro presente. Ma ci sono anche i ricordi. Nelle mie opere utilizzo i lamponi perché coinvolgono tutti i sensi, mentre il loro aspetto cambia inevitabilmente, continuano a diffondere il loro profumo. Coinvolgere anche l’olfatto significa imprimere l’esperienza nella memoria.
Il tempo che la gente impiega in fila per vedere i tuoi quadri ti ripaga del tempo impiegato per realizzarli?
Quando lo spazio del museo è adeguato per accogliere un’intera serie, il messaggio del progetto arriva nella sua completezza. Sono occasioni preziose per dialogare con le persone e ascoltare punti di vista diversi. Per GAPscape TIME ho invitato filosofi, scienziati, scrittori e giornalisti a riflettere sul tema del tempo. Quelle voci sono diventate parte integrante del progetto, raccolte nel catalogo accanto alle mie opere.
Ti fa più paura il tempo che scorre lento ma inesorabile o quello che scorre ad alta velocità sui social?
Il tempo ha sempre fatto paura. I Greci lo raccontavano già attraverso il mito di Crono, che divora tutto ciò che ha creato, perfino i propri figli.
Le tele lasciate a metà sono per te un cimitero di tempo abortito o un semenzaio di tempi futuri?
Ci sono quadri che proprio non vogliono essere finiti. Hanno i loro tempi. Alcuni ritrovano la loro forma dopo qualche anno, altri aspettano ancora il loro momento.
La fama ti ha donato più tempo o te lo ha sottratto?
Dipende dai periodi. Durante una mostra il tempo appartiene agli incontri. Terminato quel periodo, sento il bisogno di ritrovare il silenzio e fermarmi a contemplare prima di iniziare un nuovo progetto.
Facendo i conti hai più tempo per creare e meno tempo per vivere?
Per me creare coincide con vivere.
Con la vita sei in attivo o in passivo?
Cerco semplicemente di continuare a guidare la mia biga.
C’è una tela che non venderesti mai?
Sì. Sono quelle opere che segnano una svolta nella mia ricerca. Nascono spesso da una serendipità, da un errore che apre una strada nuova. Quelle non appartengono più al mercato, appartengono alla mia storia. Le regalo a mio marito, che custodisce una piccola collezione molto speciale.
Il tempo lo consumi o lo fai mettere in posa, lo sporchi di colore e lo rendi immortale?
Il tempo è limitato ed è proprio per questo che è la materia più preziosa che abbiamo. Cerco di abitarlo con consapevolezza, senza sprecarlo.
È giusto dire che Dio ha inventato il tempo e i pittori gli hanno insegnato a restare?
Forse sì. L’arte non ferma il tempo, ma gli offre una forma attraverso cui continuare a parlare anche dopo di noi.
Il tempo è per te una cicatrice da firmare?
Più che una cicatrice, è una traccia. Ogni opera porta i segni del tempo necessario per nascere.
Il tuo mestiere è dunque quello di rubare tempo al tempo con l’ausilio di un pennello?
Più che rubarlo, provo a renderlo visibile.
Il cosiddetto “tempo morto” è per te un tempo fertile?
Assolutamente sì. Credo che un artista lavori sempre, anche quando non è nello studio. Osservare, leggere, viaggiare, ascoltare, tutto continua a sedimentare fino a diventare un’opera d’arte.
C’è un gesto della tua vita reale in cui vedi nascosta l’eternità?
Ogni gesto creativo contiene un piccolo desiderio di permanenza. Se qualcosa della mia ricerca continuerà a vivere nelle mie opere, sarà quella la mia idea di eternità.
Consideri il tempo più un orologio o un quadro?
Un quadro. L’orologio misura il tempo, l’arte gli attribuisce un significato.
Ti consideri una pittrice con il pixel?
I piccoli quadrati che costruiscono le mie opere sono diventati il mio segno distintivo. Sono cellule pittoriche che ricordano il linguaggio digitale, ma restano profondamente materiche. È uno dei punti d’incontro tra natura e tecnologia che attraversa tutta la mia ricerca.
Sotto l’unghia o nella crepa del cuore?
Entrambe. La pittura è insieme un gesto fisico e una necessità interiore.
Che colore utilizzi per mettere le manette al tempo?
Nessuno. Il tempo non si può imprigionare. Si può soltanto trasformare in memoria.
C’è differenza tra “saper dipingere” e “avere qualcosa da comunicare”?
È la differenza tra un artigiano e un artista. La tecnica si può imparare, avere qualcosa di autentico da dire richiede una ricerca continua. L’arte nasce quando le due cose coincidono.
Il successo ha cambiato il tuo modo di guardare o solo quello in cui la guardano gli altri?
Credo che sia il tempo a cambiare continuamente il nostro sguardo. Anche il successo, come ogni esperienza, diventa semplicemente parte di questo processo.
C’è una domanda che nessuno ti ha mai rivolto ma lei si aspettava?
Qual è il tuo colore preferito. È curioso, spesso dimentichiamo di fare proprio le domande più semplici.
Che colore ha avuto la tua infanzia?
Arancione. Era il colore che mi faceva sentire felice. Oggi faccio molta più fatica a sceglierne uno soltanto.
Quando firmi un quadro firma una promessa o un addio?
Firmo una testimonianza del mio passaggio nel tempo.









