Ha compiuto da pochi giorni 41 anni, Catanese di nascita e con quarant’anni di palcoscenico alle spalle, Alessandro Idonea sta portando in scena in qualità di regista in Spagna, Portogallo e Francia Il flauto magico di Wolfgang Amedeus Mozart. Gli interpreti costituiscono un cast internazionale, organizzata da Opera 2001 con il Coro Lirico Siciliano. Si tratta di 46 repliche, il cui debutto è stato il 14 ottobre in Spagna, toccherà 42 teatri e la replica finale sarà in Francia al teatro Opera de Massy il 13 dicembre 2026. In questa intervista Idonea ci racconta la sua passione per l’opera, la concezione dell’opera fuori dall’Italia, come viene considerato il lavoro dell’attore e l’eredità artistica che suo padre gli ha lasciato, il compianto Gilberto Idonea. Lo abbiamo sentito telefonicamente mentre provava la Turandot a Chieti.
Alessandro idonea, perché ha deciso di dirigere Il flauto magico di Mozart?
In realtà ci sono arrivato quasi per caso. Lo scenografo Alfredo Torrisi, carissimo amico e collega con il quale collaboriamo da anni, a giugno mi chiese di fare la regia de Il flauto magico. La cosa che sicuramente che fa tremare i polsi a chiunque è che stiamo facendo un tour in Spagna, Portogallo e Francia con 46 repliche una dopo l’altra, con due cast che si alternano. Ogni giorno si arriva in teatro, si monta la scenografia, si fa l’assestamento musicale per capire la sonorità del teatro e si va in scena. L’opera ha debuttato il 16 ottobre a Teulada, vicino Valencia, nel sud della Spagna.
Fuori dall’Italia il singspiel viene visto in modo diverso?
Noi in Italia abbiamo un patrimonio artistico, culturale e operistico che tutto il mondo ci invidia, ma che noi sottovalutiamo e lo abbiamo abbandonato e non siamo più riusciti ad essere competitivi a livello dei cantanti d’opera. Siamo stati superati da altri cantanti di altre nazionalità.
Da cosa viene caratterizzata questa sua rappresentazione?
È la prima volta che affronto Il Flauto magico e cerco di rispettare il più possibile il volere dell’autore. Lo abbiamo contestualizzato in questa sorta di luogo – non luogo con uno Star Gate. Consideri che è una favola magica, Mozart ha scritto un libretto già all’epoca con i mezzi di allora si cercavano degli espedienti che sembrassero una favola magica. Partendo da quello oggi nel 2026 cerco di restituire la massima aderenza al testo e lo Star Gate, questa sorta di porta che congiunge un mondo con un altro ci sembrava una buon punto di partenza per raccontare questo apparire e scomparire dei personaggi. Non solo, ma lo spettacolo essendo nato per andare in tournée deve avere un montaggio scenografico molto semplice, non può avere grandi tempistiche di montaggio e si deve adattare in tutti i teatri in cui si rappresenta. Cambiando 42 teatri diversi quindi abbiamo cercato di ridurre al massimo il problema di montaggio, lo spettacolo a livello scenotecnico è molto semplice ma che però ha una sua efficacia.
Hai già avuto recensioni da parte della critica?
Non ho avuto ancora il tempo di leggere quando pubblicato, ma il produttore mi ha scritto che il pubblico ha applaudito per cinque minuti in piedi.
Che riscontro sta avendo al livello di botteghino?
Il titolo è un titolo forte, conosciuto, per cui quando si va a rappresentare La traviata, Rigoletto, la Boheme, Il flauto magico il pubblico se ha un minimo di passione per la lirica la va ad ascoltare con piacere.
Ho letto il suo curriculum davvero ragguardevole. In passato hai diretto altre opere liriche. Cosa le piace dell’opera lirica?
Sicuramente il fatto di poter vedere realizzata la tua idea con il movimento delle masse. Fare il regista di prosa ti dà quel piacere di portare in scena un’idea che si ha in testa, nell’opera lirica secondo me questo piacere si triplica perché hai un’idea e la possibilità di vederla realizzata con le masse, con un coro. Per contro è molto più difficile lavorare nella lirica perché devo stare dentro i tempi musicali, ma si ha il piacere di potere curare le masse che per chi fa il regista è il lavoro più bello e creativo. Come Tornatore che lavora col cinema che muove le masse. Nel’’opera è la stessa cosa, di poter inventare e a dare scopo a tutto quello che è il movimento e la compensazione delle masse, dei coristi delle comparse, quindi è tutto moltiplicato. Sicuramente è in bel banco di prova per il regista.
Tra le tante opere che ha portato in scena Il flauto magico che emozioni le sta dando rispetto alle altre opere?
Era un’opera che conoscevo ma non avevo mai approfondito come regista. Cominci ad apprezzare determinati passaggi e momenti musicali a cui magari da spettatore non notavo. Ne Il Flauto magico tutti ci soffermiamo quando arriva la Regina della notte perché è un grande momento di canto lirico, di grande effetto, ma in realtà ci sono tanti passaggi che forse al primo ascolto non si notano ma riascoltandolo si scoprono tante cose.
Quale è la parte tecnicamente più difficile de Il flauto magico?
Ho dovuto combattere con me stesso, sicuramente ci sono momenti di delicati, il coro, i sacerdoti di Sarastro, ai quali Mozart ha dato una postura e tenere questa rigidità che consente poco di muoversi è stato difficile. Mozart ha scritto quella mobilità, quella ritualità nei gesti e negli accadimenti.
Artisticamente suo suo padre quale eredità artistica le ha lasciato?
L’amore per la mia terra. Vivevo a Roma ma dopo il Covid sono tornato più spesso a Catania. Per lavoro vivo fuori perché a Catania non sono riuscito a trovare uno spazio adeguato, vivo fuori perché mi chiamano, perché siamo nati per fare questo mestiere e sai che sei un girovago uno che va dove c’è lavoro. Sicuramente mio padre mi ha lasciato l’amore per la mia terra, il rigore per il lavoro, lui era uno che quando era sul palco non scherzava. Questo rigore da piccolo non lo capivo: se facevano uno spettacolo con altri bambini anche se gli altri bambini spagliavano mio padre rimproverava solo me. Crescendo ho capito perché non voleva che nessuno dicesse: “Vabbè lui è il figlio di Gilberto Idonea” e non me ne perdonava una. E se da piccolo non lo capivo, con il senno di poi oggi ho capito che qualunque cosa ho conquistato nella mia vita e nella mia carriera artistica me la sono sudata e la affronto a testa alta sapendo che nessuno può mai venirmi a dire “ Tu sei qua per tuo padre”. Questo sicuramente è il regalo più che mio padre mi ha fatto. Farmi conquistare la mia posizione da solo e il piacere di poter dire io qui ci voglio stare, ci lavoro. Mi ha fatto diventare un uomo libero per cui scegliere quello che vuole che non è entrato in determinati meccanismi di ricatto. Mio papà buonanima mi ha messo sul palcoscenico all’età di due anni, con Liolà di Pirandello e sul lavoro non si poteva sbagliare. Con una sola occhiata mi faceva capire tutto. E quando eravamo sul palco la frase che mi diceva sempre era solo una: “Tu ha fari comu ti ricu iù”. Sicuramente prima di essere stato un maestro di teatro è stato un maestro di vita, era una persona tutta di un pezzo. Io sento la mancanza di persone come mio padre ma non in quanto artista, ma in quanto persona. Sono cresciuto a pane e teatro.
Nel frattempo che sta andando in scena Il flauto magico lei stai provando La Turandot.
Siamo qui a Chieti e c’è un allestimento straordinario di quando il teatro ha riaperto verso il 2007-2008 con l’allestimento storico di Torre del lago e i costumi del Premio Oscar Franca Squarciapino e il compianto Ezio Frigerio. Debutterà venerdì e domenica a Chieti e nessun’altra data.
Solo due date?
Poc’anzi le dicevo che in Italia non si è capito che da noi teatro, cinema e tutto quello che è arte è una industria che produce fatturato. Da noi fare l’attore non è considerato come mestiere, non c’è l’imprenditore che vede questo come una potenziale industria di guadagno, mentre in America spendono tantissimo per un musical e con i migliori nomi perché sono bravi a cantare, ballare e stare sul palcoscenico. Poi lo spettacolo debutta e se superati i tre mesi se non va lo spettacolo chiude e si comincia con un altro. Da noi facciamo gli spettacoli soprattutto nei teatri stabili che prendono i finanziamenti perché siccome il Ministero dice che il sipario deve aprire dieci volte non c’è un tentativo di aprire l’undicesima volta. Non gli interessa alimentare l’industria del teatro. I teatri stabili sono dei carrozzoni che vivono grazie a quei finanziamenti non indifferenti che gli arrivano e tranne pochissimi sono fine a sé stessi. Oggi non si sente più di uno spettacolo prodotto che va in tournèe. Se lo spettacolo è in coproduzione vanno nelle piazze dove sono stati coprodotti. Esempio a Catania, Palermo e Roma come co-produzione, quindi lo spettacolo andrà a Catania, Palermo e a Roma. Questo vuol dire che lo spettacolo è nato per morire. Non succede più quello che succedeva negli anni ’80, veda Garinei e Giovannini, investivano perché lo spettacolo potesse fare tre anni di tournèe. Noi non accettiamo che questa possa essere una industria. Mentre in America lo hanno già capito da anni e tra l’altro il musical glielo abbiamo insegnato proprio noi dall’opera lirica e loro ne hanno fatto il massimo dell’espressione teatrale che abbiamo.
Qual è il pubblico che lei si aspetta che vi accolga meglio?
Stiamo girando con l’opera e l’opera ha un linguaggio universale, la lirica già si conosce. Sicuramente gli spagnoli sono più vicini a noi, sono più calienti, mentre i francesi sono più patriotti, amano la loro patria e la difendono anche nella loro lingua e sono disposti a fare delle rivoluzioni per i loro diritti. Noi un po’ meno, siamo un popolo di caproni, popolo di marinai che si mettono dove va il vento. Noi siamo esterofili. Il nostro motto è adattiamoci. Il pubblico francese sarà un po’ più ostico penso, fermo restando che l’opera è un linguaggio che è comune a tutti, che è universale.
Programmi per il futuro?
Dopo Natale, in Kazakistan con il teatro Petruzzelli porteremo in scena L’italiana in Algeri al teatro di Almati, teatro nazionale di opera e di balletto nazionale.
Il cast principale dei solisti include:
- Tamino (Tenore): Haruo Kawakami / Martin Mairinger / Yuri Makhrov / Santiago Sánchez / Eric Fennell
- Pamina (Soprano): Francesca Bruni / Yeonjoo Park
- Papageno (Baritono): Jiwon Song / Dmytro Voronov
- Regina della Notte (Soprano): Marlène Assayag / Lucie Chartin / Marie-Pierre Roy / Viktoria Varga / Albane Liger-Belair
- Sarastro (Basso): Viacheslav Strelkov / Olivier Gourdy
- Papagena (Soprano): Mar Esteve Rodrigo
- Monostatos (Tenore): Dimiter Dimitrov
- Le tre Dame: Srebrina Mineva, Stanimira Manolova e Dilyiana Racheva
- Primo Sacerdote: Pietro Di Paolo
Il team creativo e musicale
- Regia: Alessandro Idonea
- Direzione Musicale: Martin Mázik
- Direzione artistica; Luis Miguel Lainz
- Scene e Costumi: Alfredo Troisi (con una particolare ambientazione fantascientifica ispirata alla serie Stargate SG-1)
- Coro: Coro Lirico Siciliano (guidato da Francesco Costa)
- Orchestra: Orchestra dell’Opéra de Massy


