Originaria di Caltanissetta, Mariangela Galante ha trasformato la propria esperienza professionale in un racconto ironico, personale e sorprendentemente universale. Nel libro “Ma tu che lavoro fai?”, affronta con leggerezza ma senza retorica le difficoltà, le contraddizioni e le opportunità del mondo del lavoro contemporaneo, soffermandosi in particolare sulla condizione di chi sceglie – o si trova a scegliere – la strada del lavoro autonomo.
Il lavoro in Italia è una questione cruciale. Difficile da svolgere e ancor più da inventarsi. L’esempio dei ragazzi della limonata è emblematico. Dimostra che il libro “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” asserisce una triste verità: Apple non sarebbe potuta nascere in Italia. Nel suo libro “Ma tu che lavoro fai?” la situazione è completamente diversa.
Sì, grazie per questo spunto molto interessante. Tuttavia, farei una precisazione: il mio libro non vuole raccontare un’Italia nella quale inventarsi un lavoro sia semplice. Al contrario, racconta proprio quanto possa essere complicato. La differenza è che io non parto dalla domanda “perché in Italia non si può fare?”, ma da una domanda diversa: “come facciamo, nonostante tutto, a costruirci il nostro spazio?”. La mia esperienza personale è fatta di studi, stage, lavori, cambi di direzione, trasferimenti, Partita IVA, progetti e continue ridefinizioni. Non ho seguito una linea retta, anche perché probabilmente oggi una linea retta non esiste più. È quello che definisco generazione adattiva: persone che non hanno necessariamente scelto di essere flessibili, ma hanno imparato a esserlo. E questo non significa glorificare la precarietà. Significa riconoscere che, dentro un sistema pieno di ostacoli, esiste comunque una capacità italiana – e siciliana in particolare – di inventare, adattarsi, creare relazioni e trasformare un’idea in qualcosa di concreto. Il problema è che spesso pretendiamo dai singoli una capacità di adattamento enorme senza costruire intorno a loro un sistema altrettanto capace di adattarsi.
Un libro che viene fuori da un’esperienza diretta.
Assolutamente sì. Ma io non conosco la ricetta perfetta per diventare imprenditori, né volevo scrivere un saggio sul mercato del lavoro. Volevo raccontare quello che succede realmente quando smetti di avere una casella professionale nella quale entrare comodamente. “Ma tu che lavoro fai?” nasce da una domanda che mi è stata fatta moltissime volte e che sembra innocua, ma in realtà contiene un’idea non precisamente esaltante: che una persona debba poter essere definita attraverso il proprio lavoro. Io, invece, nel corso degli anni ho fatto tante cose. E non considero questa pluralità un fallimento o una mancanza di identità. È il mio percorso. Il mio libro racconta proprio questo: stage, università, esperienze professionali, partita IVA, progetti, errori, relazioni, negoziazioni e quella meravigliosa sensazione di non sapere esattamente dove si finirà. Ho cercato di raccontarlo con ironia perché, quando lavori autonomamente, se perdi anche quella, diventa tutto molto più pesante.
Tutto questo, quanto è ancora più difficile in Sicilia?
In Sicilia alcune difficoltà sono amplificate. Non possiamo negarlo. Ci sono meno opportunità strutturate, meno ecosistemi professionali, meno occasioni di networking e, in alcuni territori, una cultura del lavoro ancora molto legata al posto fisso e alla sicurezza tradizionale. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: la Sicilia ha una quantità enorme di talento, creatività, competenze e capacità di adattamento. Io stessa ho lasciato la Sicilia, ho studiato e lavorato fuori, sono stata a Londra e a Roma, e poi sono tornata. E il ritorno mi ha fatto vedere la mia terra con occhi diversi. Per questo nel libro parlo di Sud creativo. Non credo nella narrazione secondo cui al Sud manca tutto. Credo invece che spesso manchino le condizioni perché ciò che c’è possa esprimersi fino in fondo. Il punto non dovrebbe essere convincere i giovani siciliani a restare a tutti i costi. Dovremmo creare le condizioni perché possano scegliere liberamente se restare, partire e magari tornare.
I politici lo hanno capito?
Credo che abbiano capito che il tema esiste. Non sono sicura che abbiano ancora capito fino in fondo quanto sia cambiato il modo in cui le persone vivono il lavoro. Parliamo ancora molto di occupazione, assunzioni, disoccupazione, incentivi. Tutte questioni importanti. Ma c’è una parte enorme del mondo professionale che non entra facilmente in queste categorie. Ci sono freelance, consulenti, professionisti, imprenditori, persone che lavorano su più progetti contemporaneamente, persone che cambiano mestiere, persone che alternano periodi diversi della propria vita professionale. È una realtà molto più complessa delle vecchie categorie. E forse la politica dovrebbe smettere di chiedersi soltanto “quanti posti di lavoro abbiamo creato?” e iniziare a chiedersi anche “che qualità di vita stiamo permettendo alle persone di costruire attraverso il lavoro?” Perché il lavoro non dovrebbe essere soltanto un modo per produrre reddito. Dovrebbe anche permetterci di vivere.
Inoltre, gli imprenditori siciliani spesso non brillano per capacità manageriali.
In Sicilia conosco imprenditori straordinari, capaci di competere anche fuori dai confini regionali e di costruire aziende solide partendo da territori tutt’altro che semplici. Detto questo, esiste un problema culturale che riguarda una parte dell’imprenditoria: essere bravissimi nel proprio mestiere non significa automaticamente essere bravi imprenditori. Puoi avere il prodotto migliore del mondo e non saper gestire una squadra. Puoi avere un’idea straordinaria e non saper fare un budget. Puoi essere un ottimo professionista e non sapere negoziare il tuo valore. Ed è una distinzione che vale anche per le Partite IVA. Una delle cose che ho imparato è che fare bene il proprio lavoro è solo una parte del lavoro. Devi anche saperlo vendere, raccontare, valorizzare, organizzare e, soprattutto, devi imparare a dire quanto vale.
Oltre alle tante difficoltà di ogni tipo, imprenditori e partite IVA hanno un fierissimo nemico: lo Stato; con regole, lacci, lacciuoli, tasse, imposte, balzelli e gabelli oltre a sostenere una burocrazia ignorante e ottusa.
La burocrazia è sicuramente uno degli aspetti più frustranti del lavoro autonomo. E lo dico da persona che l’ha vissuta sulla propria pelle. Però non vorrei che il messaggio del libro diventasse “lo Stato è il nemico”. È una semplificazione che non mi appartiene e grazie perché mi permetti di precisarlo. Il problema è quando un sistema diventa talmente complesso da sottrarre energie proprio a quelle persone che dovrebbero concentrarsi sul creare valore. Una Partita IVA non dovrebbe passare una quantità sproporzionata di tempo a capire moduli, adempimenti, scadenze e procedure. E c’è un’altra questione: spesso raccontiamo il lavoratore autonomo come qualcuno che “si è scelto la libertà”, dimenticando che quella libertà comporta anche responsabilità enormi. Non hai uno stipendio garantito. Devi trovare clienti. Devi farti pagare. Devi accantonare le tasse. Devi gestire i periodi vuoti. Devi continuare a formarti. Devi venderti senza trasformarti in un venditore di te stesso. Insomma: la libertà è bellissima, ma presenta regolarmente il conto.
Nel suo libro viene spiegato come una partita IVA deve riuscire a farsi pagare dal committente?
Direi che soprattutto viene raccontato quanto sia difficile imparare a dare un valore al proprio lavoro. Una delle grandi conquiste di chi lavora autonomamente è capire che farsi pagare non significa chiedere un favore. All’inizio è facilissimo accettare tutto: il cliente che paga poco, quello che paga tardi, quello che chiede “solo un’ultima modifica”, quello che propone visibilità invece di un compenso. Poi impari. Impari a fare un preventivo. A definire i confini. A negoziare. A stabilire tempi e modalità di pagamento. E soprattutto impari che il tuo tempo ha un valore. La negoziazione continua è una delle caratteristiche più importanti del lavoro autonomo contemporaneo. E non riguarda soltanto il prezzo: riguarda il rispetto professionale. Nel libro racconto questa dimensione senza voler fare la maestrina. Perché, molto semplicemente, ci sono passata anch’io.
Dunque, basta con il mito del “posto fisso”: libero professionista è più bello!!!
No, attenzione: non sostituirei un mito con un altro. Il posto fisso non è il male assoluto e la Partita IVA non è il paradiso terrestre. Credo che il vero punto sia smettere di pensare che esista un’unica forma corretta di lavoro. Per qualcuno la stabilità di un posto fisso rappresenta esattamente ciò che desidera. Per qualcun altro è una gabbia. Per altri ancora la libertà professionale è entusiasmante, mentre per altri diventa fonte di stress. Il messaggio del mio libro è proprio questo: non dobbiamo scegliere il lavoro che gli altri considerano giusto. Dobbiamo costruire un percorso che sia sostenibile per noi. E soprattutto dobbiamo smettere di identificare una persona con il suo mestiere. La domanda “Ma tu che lavoro fai?” continuerà a esistere. Io, però, oggi risponderei: “Dipende. Sono molte più cose di quelle che posso mettere in un biglietto da visita”. Per me il vero successo professionale non è necessariamente arrivare più in alto degli altri. È riuscire a stare bene dentro il proprio percorso, anche quando quel percorso cambia. É questa la libertà più interessante che possiamo permetterci.

