Nelle profondità dello Jonio e del Tirreno viveva una sirena chiamata Salina dagli antichi naviganti, battezzata con il nome del sale più puro e custode millenaria del perimetro costiero dell’Isola e dei suoi arcipelaghi. Nel mito antico, la sua presenza invisibile accompagnava le correnti guidando le rotte, mentre la sua coda fendeva flutti limpidi e ricchi di vita. Nella favola amara dei nostri giorni, tuttavia, la creatura del mare soffre in silenzio: il suo regno è minacciato da scarichi fognari mai bonificati e veleni microbiologici che insidiano tratti litoranei altrimenti incantevoli.
Attraversando i perimetri dell’Isola, Salina ha scoperto l’amara portata dell’emergenza denunciata dai recenti report di Goletta Verde: su ventitré punti campionati lungo le coste siciliane, il 70% dei prelievi è risultato fuori dai limiti stabiliti dalla legge. Nuotando verso le scogliere storiche di Aci Trezza, la creatura ha ritrovato il peso d’una condanna che dura ormai dal 2020, dove la mancanza di un collettore di depurazione continua a riversare reflui non trattati nel mare dei Ciclopi. Uguale amarezza Salina ha provato raggiungendo le foci agrigentine del Cansalamone, del Naro e del Palma — nere cicatrici isolate lungo una costa per il resto risplendente di baie incontaminate — prima di risalire verso il Palermitano tra la foce dell’Oreto, del Nocella e l’area di Messina Marine.
Ma il turbamento più acuto per Salina si è consumata laddove il mare sfoggia l’inganno delle sue sfumature più turchesi: nella celebre baia di Mondello. Lì, mentre la sirena osservava invisibile dalla penombra delle acque, lo sguardo si è posato su un impavido paladino dei nostri tempi, il cavalier Ismaele de La Vardera. Armato non di spada ma di ampolle di vetro e spirito di verità, l’ardito crociato della trasparenza si era spinto fino alle fondamenta dello storico stabilimento Charleston. Chinatosi sotto le palafitte con l’audacia di chi svela le ipocrisie del regno, il paladino ha raccolto lo scolo torbido che sfociava tra i bagnanti, affidandolo ai magi dei laboratori d’analisi. Il responso ha confermato la piaga: una carica fecale drammatica, con concentrazioni di Escherichia coli pari a 1.000 UFC/100ml, capace di incrinare l’illusione della cartolina turistica.
Restando celata agli sguardi dei mortali, senza mai mostrarsi né cercare il contatto con gli umani, Salina ha tratto conforto nel sapere che esisteva chi lottava con coraggio per la salvezza dei mari. In un atto d’intima decisione, la sirena ha stretto un solenne patto con sé stessa: si sarebbe inabissata nelle fosse più recondite dell’oceano, lontana dai clamori della superficie. Sarebbe tornata a percorrere le rotte sottocosta soltanto quando l’impegno dei giusti avesse finalmente sanato ogni scarico, restituendo al mare dell’Isola e dei suoi arcipelaghi la purezza originaria.
L’inganno del mare cristallino: breve storia amara della sirena Salina
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