Leggere può creare indipendenza

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È questa la frase che giganteggia all’ingresso del Lingotto di Torino ove è in corso la 38ª edizione del Salone internazionale del libro. Una frase ovvia, quasi banale ma che deve indurre a riflettere sullo Zeitgeis dal quale – oggi – siamo tutti avviluppati. E che cerca di viepiù comprimere l’umana – troppo umana – ricerca di Senso attraverso la inibizione dell’uso del pensiero critico. Inoltre esso Geist tenta, surrettiziamente, di costringere l’individuo ad auto degradarsi a consumatore compulsivo nonché mero produttore di dati secondo il modello teorizzato dalla Zuboff (il cosiddetto capitalismo della sorveglianza). L’Uomo di questo drôle de XXIème siècle vive la baumaniana solitudine del cittadino globale aggravata dalla “deportazione” nella rete allo scopo di dissolvere ogni contatto reale con i proprî simili e con la Natura intesa come realtà al cui interno opera la Storia (non occorre essere leninisti per accettare l’idea che “La Verità è il Reale”). Egli deve apprendere solo quello che internet gli offre già preconfezionato dal potere dominante, ossia dei veri e proprî “omogeneizzati per cervelli di qualsiasi età”, tutti però considerati in eterno svezzamento. E il dolore deve essere espunto dai sentimenti e persino dalla natura umana, come ha osservato Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano e studioso di teologia cristiana, già docente di Teoria della cultura presso l’Universität der Künste di Berlino.
Il metaverso funziona secondo la teoria dei frame: basta inter-venire linguisticamente su di essi per mutare la public opinion conformemente ai desiderata del Potere. Così, per esempio, accade che una guerra, ancorché brutale, venga costantemente aggettivata “umanitaria”, mentre il riarmo sia ridefinito “scudo necessario a preservare la pace” (quale pace?): si pensi al ReArm Europe o European Defence Readiness dietro cui si nasconde la volontà politica di convertire l’industria pesante civile europea in industria bellica onde ridare fiato alle asfittiche economie del Vecchio Continente messe all’angolo dalle espansionistiche politiche economico-militari americane e cinesi.
Per rendere poi altamente accettabile ciò che prima non lo era, basta saper adoperare la finestra di Overton, prendendo spunto dalla sostituzione di un frame non gradito al sistema. Ecco un esempio in proposito. Per la ridefinizione del terrorismo è stato usato un altro lemma, in particolare il termine “resistenza”, talché se “chi resiste” (nell’accezione sostitutiva di Altro diverso dal terrorista) diventa funzionale al disegno di una certa pars politica, quella “resistenza” diventa giusta se non altamente auspicabile. Fermo restando che, di fatto, il resistente – com’è ovvio – continui fare il terrorista.
Tutti questi meccanismi rappresentano altrettante declinazioni di un preciso disegno teleologicamente orientato alla eliminazione del Pensiero critico. E con esso pensiero, alla successiva cancellazione della Storia, dal momento che la Critica (da κρίνειν che significa “decidere di giudicare”) è il motore della Storia medesima, la quale trova la sua intima, recondita essenza nella religiosità intesa sia come fede in Dio, sia come ripiegamento interiore. Il riferimento è sia allo storicismo assoluto di Benedetto Croce, sia allo storicismo etico-politico di don Sturzo. Non è un caso se il padre nobile dell’Idealismo, Wilhelm Friedrich Hegel, asserì che “la lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno”. Ne consegue che l’uomo che pensa, riflette, asserisce dei principî etico-morali avendo scelto di vivere nella Storia, si costruisce un punto di vista personale – e che quindi instaura un costruttivo-propositivo διαλέγειν in seno alla propria comunità non “virtuale” (primaria o allargata) – è considerato pericoloso e, ove fermamente assertivo delle proprie idee, eretico. Novello Spinoza, costui diverrà destinatario di un herem a prescindere dal fatto che sia un pervicace assertore dei principî democratici contenuti nella Costituzione repubblicana, o un fervente testimone della fede cristiana.
C’è da aggiungere che nessuno ormai trova il coraggio di dire che i menzionati meccanismi sono da ascrivere alla Zivilisation ossia alla fase di decadimento della Kultur governata dalla religione, dalla libera arte, dalla filosofia e che – peraltro – ha costituito l’humus della Storia umana. Dunque, un decadimento spirituale che Spengler ha definito “tramonto dell’Occidente”, con uno sguardo particolare rivolto alla “sua” Europa.
Epperò, spes contra spem, questo quadro a tinte piuttosto fosche “sbiadisce” a fronte delle migliaia di persone che hanno visitato il menzionato Salone del libro. Eccone le ragioni.
Persone oltremodo diverse per ceto, sesso e professione, in particolar modo giovani e giovanissime, unite dall’amore per la lettura. Numerosi anche i religiosi, spesso accompagnati da ragazzi e ragazze. A colpire sono stati i toni delle voci: pacati e bassi come quando si entra nelle sale di lettura o nei luoghi di culto: un segno di evidente rispetto reciproco. L’incombenza di quei libri aveva esteso l’approccio silenzioso alla lettura, all’approccio relazionale con l’Altro.
Ma è tutto. La presenza di talune Case editrici caratterizzate da opposti orientamenti politico-culturali, eppure egualmente affollate, ha rappresentato la celebrazione della forma più elevata di democrazia, quella fondata sulla isegoria e sulla parresia. Tutti presenti, e tutti vocati a esporre liberamente il proprio pensiero. Il Salone come una nuova Pnice nella quale l’amore per i libri produce la circolarità delle idee e il rispetto per la diversità di esse.
A fronte di tutto questo v’è da interrogarsi sull’esistenza di una intersezione tra sapere e cultura. Va preliminarmente osservato che non esiste una reciproca tmesi concettuale. Il primo consiste nella cosciente acquisizione di informazioni; non deve perseguire fini né di lucro, né politici nel senso negativo di tale accezione. La seconda non è che sapere organizzato e interiorizzato, arricchito anzi coltivato (giusta l’etimo del verbo colere) mediante i valori sia civili cioè quelli che gli Antichi definivano i boni mores, sia religiosi riconducibili a un Ethos trascendente. La diade etica-religione è infatti l’ordito della Storia dell’Uomo: l’etica definisce, ma è la fede ad assegnare a ciascun valore la motivazione spirituale (i.e. il fondamento trascendente) affinché possano essere utilmente perseguiti.
E dunque, la lettura così intesa diventa un mezzo per l’assertività della democrazia. In particolare, costituisce la via da seguire onde acquistare l’indipendenza da suggestioni e manipolazioni poste in essere da coloro i quali intendono imporre forme di egemonia culturale destinate a produrre guerre sottese da interessi economici e/o dall’intento di raggiungere la supremazia geopolitica. La Cultura dà potere per combattere il Potere.

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