Nel mese di luglio del 1976, quattro ragazzini del quartiere San Cristoforo di Catania commettono lo scippo sbagliato: strappano la borsa all’anziana madre dell’emergente boss mafioso Nitto Santapaola e osano schernire suo fratello Salvatore. Un banale reato di strada viene così strumentalizzato come un imperdonabile sgarbo dinastico. Saranno condannati a morire per un diabolico stratagemma dello stesso Santapaola, pronto a dimostrare di non aver bisogno di permessi per uccidere e scalare l’intera organizzazione criminale. Una vecchia storia lasciata nel dimenticatoio per quasi cinquant’anni che oggi un’inchiesta al tribunale di Genova riporta alla luce. Ora, un murales nel quartiere San Cristoforo ricorda i quattro adolescenti: Riccardo, Giovanni, Benedetto e Lorenzo.
Intanto il ricordo
Ci incamminammo nel bosco di Mazzarino. Non era nemmeno un sentiero, ma un viottolo scosceso che si arrampicava tra la vegetazione; gli alberi erano così fitti e serrati da non lasciare intravedere neppure uno spicchio di cielo.
Camminavamo in fila indiana. La troupe di Enzo Biagi seguiva i miei passi e io, a mia volta, seguivo quel compagno sconosciuto che, con immenso coraggio e dopo mille raccomandazioni, aveva accettato di farci da guida. Solo poche ore prima, come tutti gli altri, si era trincerato dietro un “non so nulla”.
Mentre ci inoltravamo lungo quel labile serpente di terra, la paura si faceva palpabile, densa. Gli operatori della Rai inviati da Enzo Biagi, tesi e sgomenti, di tanto in tanto mi sussurravano all’orecchio, come se il bosco stesso potesse udirci: «Ma tu… non hai paura?». Rispondevo con un sorriso accennato, quasi imbarazzato. In quel periodo della mia vita con la paura ci facevo i conti ogni giorno, ma avevo deciso di non assecondarla, di dimostrare l’esatto contrario. Ero giovane e arrabbiata con un mondo così ricco di ingiustizie.
Per le parole non c’era spazio. Non solo perché il cammino esigeva fiato – e quella salita sembrava infinita – ma perché all’altro orecchio dovevo ascoltare mio marito che, sottovoce, imprecava contro la mia follia. La sera prima, non appena aveva capito dove mi sarei spinta l’indomani, Giovanni aveva deciso che non mi avrebbe lasciata sola. Era profondamente preoccupato. Guardando quel paesaggio ostile, magico e misterioso, continuava a ripetermi: «Qui potrebbero uccidere un intero esercito e nessuno se ne accorgerebbe. Tu sei pazza. Meno male che sono venuto».
Poi, finalmente, lo spiazzo. E il pozzo. Non era la cattedrale alla fine del Cammino di Santiago, ma l’emozione era la stessa. Grande e palpitante.
Fu un groviglio di emozioni contrastanti, un assalto di pensieri cupi. Ci guardavamo in silenzio. In quel momento ognuno di noi – segretamente – desiderava soltanto una cosa: riguadagnare la macchina e ritornare alla vita. Quel posto così singolare, per certi versi persino bellissimo e tragicamente misterioso, sembrava piuttosto il regno di una strega cattiva. La tana di un mostro sanguinario.
Ma perché eravamo lì? Cosa ci aveva spinto? Cosa cercavamo con tanta ansia?
Dietro quel silenzio e quel pozzo si nasconde infatti una storia di straordinaria potenza drammatica e dal valore storico immenso: la strage dei quattro ragazzini di San Cristoforo.
Lo sgarbo supremo sul palcoscenico di Catania
Tutto cominciò all’inizio di luglio del 1976. Probabilmente un sabato.
Un’ebbrezza densa di zagara fioriva nell’aria, sospinta dal vento che accarezzava gli agrumeti della piana catanese fino a contagiare i balconi della città. Nel cuore di San Cristoforo il mercato rionale vibrava di un’animazione febbrile: un teatro a cielo aperto dove la vita era un’elegante danza di maschere, trattative e dissimulazioni. Catania, in fondo, è un immenso palcoscenico.
Ai margini di quella marea umana, quattro ragazzini tra i dodici e i quindici anni – Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto – scivolavano tra i vicoli in sella a due Vespe 50. Facevano impennare i motorini e ridevano a squarciagola, felici di evadere, anche solo per un giorno, dai tuguri delle loro famiglie numerose.
Nel frattempo, un’anziana donna rientrava verso casa con la spesa. La storia non ci ha consegnato i suoi tratti precisi, ma possiamo descriverla lasciandoci guidare dall’immaginazione: avanzava guardando il mondo dall’alto in basso, con una postura rigidamente eretta che costringeva chiunque a guardarla dal basso verso l’alto. Camminava con il passo lento e cadenzato di chi sa che nessuno oserà mai sbarrarle la strada. Era una matriarca, e lo sapeva. Al suo passaggio la folla si apriva con una deferenza quasi sacrale, un rispetto timoroso.
Quella donna era la madre di Nitto Santapaola. Lei e le sue due sorelle – le tre sorelle D’Emanuele – rappresentavano un caso antropologico unico. È difficile spiegarsi come tre sorelle siano state capaci di partorire una dinastia di cugini primi tutti affiliati o boss importanti ai vertici di Cosa Nostra. Famiglie, in questa striscia di terra, pesanti e importanti: Santapaola, Ercolano, Ferrera. Si racconta che proprio Nitto Santapaola, insieme al cugino Natale D’Emanuele, avesse frequentato il seminario con l’intenzione di farsi prete, prima che il destino deviasse verso il sangue, portandoli a tenere in pugno la città per decenni. Il tutto con la complicità dei poteri forti, comprese le cattedrali dell’informazione e della giustizia.
L’anziana donna, con il suo incedere imperioso, sembrava urlare al mondo di non vergognarsi dei figli. Al contrario, come se avesse allattato quei boss feroci con latte e veleno, ne assaporava con boria il potere. E la loro scalata era solo all’inizio. Quel continuo e successivo successo, come oggi sappiamo, fu agevolato da connivenze istituzionali così profonde che parlare di semplici collusioni sarebbe un eufemismo. Qualche anno dopo, nel dicembre del 1984, Catania avrebbe vissuto un vero terremoto politico e giudiziario: finirono in manette tre magistrati, il comandante dei Carabinieri e i vertici del carcere, tutti travolti dal sospetto più infamante, ovvero aver piegato lo Stato ai desideri di Nitto Santapaola.
Ma in quel giorno di luglio del 1976, al mercato di San Cristoforo, i quattro giovani scippatori cercavano solo una vittima e, ai loro occhi inesperti, quella anziana signora così spavalda parve la preda perfetta.
L’assalto fu rapido, brutale. Le strapparono la borsa, ma la donna resistette con insospettabile fierezza; nella colluttazione cadde a terra, fratturandosi un braccio. Il bottino si rivelò misero, appena una manciata di lire, ma loro non sapevano che il prezzo di quel gesto sarebbe stato incalcolabile.
Senza saperlo, i quattro ragazzini avevano violato il codice dell’intoccabile. In un istante crudele, i piccoli predatori si mutarono in prede e, alcuni giorni dopo, il 7 luglio del 1976, di loro non restò alcuna traccia: scomparvero nel nulla, inghiottiti per sempre dal silenzio di Catania.
La fine del silenzio e lo strazio delle madri
Poi, dopo dodici anni di strazio, arrivarono le rivelazioni di Calderone. Annunci che hanno squarciato il velo di omertà, restituendo i corpi dei picciriddi alla terra, alla verità e alla storia. E le sue dichiarazioni non lasciano spazio all’immaginazione. Non ce n’è bisogno.
«Lo zio Turi! Lo zio della Capricciosa!» urlarono i ragazzini.
Turi allora era il proprietario della rosticceria “La Capricciosa”. Un quarantenne borioso che portava addosso il peso di molti più anni: goffo, pesante, con la barba perennemente incolta e gli occhietti infantili infossati in una faccia simile a una pagnotta lievitata male. Eppure camminava a testa alta, si sentiva un re, forte di un cognome che a Catania pesava come piombo: Santapaola. Nessuno osava contrariarlo, nel timore di silenziose ritorsioni; tutti, però, sapevano che quel locale strategico era solo il paravento che il fratello minore Nitto gli aveva regalato per toglierlo dalla strada.
«Lo zio Turi! Lo zio della Capricciosa!» ripeterono rincuorati i quattro ragazzini. Da due giorni i ragazzi erano rinchiusi al buio in una stalla, consumati dalla fame e dal terrore. Trovarsi davanti un volto familiare – quel Salvatore Santapaola che gestiva la rosticceria nel loro quartiere, a San Cristoforo – accese in loro una speranza. Pensarono che il peggio fosse passato.
Poche ore dopo, invece, l’orrore si compì. Furono massacrati a calci e pugni, strozzati e gettati in fondo a un pozzo. Nel suo racconto, il pentito Antonino Calderone ha messo l’accento su un dettaglio che gela il sangue: persino Pippo Marchese – dichiara – uno dei killer reclutati per l’esecuzione, fu colto da uno spasmo di pietà e non riuscì a stringere il cappio attorno al collo di uno dei piccoli. Quasi a dimostrare che persino in quelle belve albergasse un residuo di umanità, Marchese tolse le mani dal collo del ragazzo e lo lanciò nel pozzo… ancora vivo.
«Riccardo uscì di casa abbastanza presto, quel giorno. Era il 7 luglio del 1976. Non l’ho più rivisto». Le parole della madre di Riccardo, raccolte durante l’intervista RAI che nel 1988 realizzammo per conto di Enzo Biagi, riecheggiano identiche nei ricordi delle madri di Giovanni, Benedetto e Lorenzo. Per dodici anni queste quattro donne, strette in un unico abbraccio di dolore e speranza, hanno girato l’Italia con pochi spiccioli in tasca e le fotografie dei loro figli. Hanno cercato nei vicoli più malfamati, ovunque. Ogni tanto qualche sciacallo alimentava una falsa pista: «L’ho visto là», «È stato avvistato su quel treno». E loro partivano, aggrappate a quella stessa foto, senza arrendersi all’evidenza che il tempo passava, che quei bambini non avevano più dodici o tredici anni e che quelle immagini ormai non servivano più.
Ma quale era la vera colpa di quei quattro ragazzi?
Davano fastidio, sì. Erano piccoli scippatori disubbidienti, sì. Tuttavia erano pur sempre bassa manovalanza di quartiere. Non ci piove. Ma avevano commesso lo sgarbo supremo: avevano preso in giro Salvatore Santapaola, lo “zio Turi”, e avevano scippato la matriarca, madre di quel Nitto in costante ascesa verso i vertici di Cosa Nostra. Bisognava dare un segnale.
Il diabolico inganno e il patto di sangue
Da quel momento, per i quattro ragazzi il tempo si fermò. La ricostruzione di quei giorni drammatici è affidata alle parole di Antonino Calderone, allora sodale di Santapaola e in seguito collaboratore di giustizia. Rapiti nel cuore della città, i ragazzini vennero deportati in un casolare sperduto nelle campagne della provincia di Caltanissetta, prigionieri per due giorni senza cibo né acqua, mentre fuori si consumava un macabro dibattito sul loro destino.
Calderone tentò di mediare, provando a convincere Santapaola che una severa lezione sarebbe bastata, che uccidere dei bambini era un limite da non valicare. Ma Nitto fu irremovibile. Per azzerare ogni esitazione e stringere i suoi complici in un patto di sangue senza ritorno, il boss ideò un piano diabolico: fece entrare nella stanza dei prigionieri suo fratello, che i quattro riconobbero all’istante, essendo il proprietario della rosticceria che frequentavano abitualmente.
Mostrando il volto del carceriere, Santapaola tolse a tutti ogni via d’uscita. Con quel cinico stratagemma, il boss sigillò per sempre la condanna a morte di Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto, scavalcando persino i vertici della Cupola palermitana, che non erano d’accordo.
Quel 7 di luglio del ’76 i quattro furono prelevati. Ma quel “carico” scottava troppo; nessun mafioso locale voleva rischiare l’ergastolo per dei bambini. Cominciò così un macabro pellegrinaggio: prima un garage, poi una stalla, fino ad arrivare, dopo due giorni, a una tenuta nelle campagne di Mazzarino.
La maggior parte dei capi e dei sottocapi non voleva quell’esecuzione: in fondo, dicevano, erano solo ragazzate. Ma è a questo punto che si compie l’infamia. Calderone racconta che Salvatore Santapaola entrò nella stalla con la scusa di portare loro qualcosa da mangiare. Quando lo videro, i ragazzini urlarono di gioia: «Lo zio Turi!». Ma lo zio Turi uscì subito e, lontano dagli sguardi e dalle orecchie dei quattro picciriddi, disse ai complici che ancora discutevano sul da farsi: «Mi hanno riconosciuto. A questo punto dobbiamo ammazzarli per forza». Il disegno di potere del fratello Nitto poteva essere realizzato.
La violazione del codice d’onore e lo sgarbo alla madre erano solo pretesti. La verità, come confermeranno altri pentiti, è che i Santapaola avevano bisogno di quel sangue per imporsi, per bruciare le tappe dell’ascesa criminale. E ci riuscirono partendo da lì: dal pozzo di Mazzarino e dal sacrificio di quattro ragazzini.
Nota dell’autore: L’ultimo pensiero: la menzogna del codice d’onore.
L’idea che la mafia non tocchi donne e bambini è un’infamia terrificante, per certi versi, almeno in passato, è stata persino confortante. Non è mai stato così.
Soffermandoci solo ai bambini: Giuseppe Letizia, ad appena tredici anni, fu avvelenato nel 1948 solo per essere stato testimone involontario di un omicidio di Cosa Nostra. Si può essere vittime per errore, per punizione, per vendetta o per lanciare un messaggio. Di fronte a questa logica feroce non esistono santuari. Non esistono innocenti. Esiste solo l’orrore che la memoria ha il dovere di non dimenticare.
Da “LeSiciliane/Casablanca” Anno XX N. 92 – Per gentile concessione

