Nell’ottica della propria riorganizzazione, Fratelli d’Italia ha nominato i responsabili dei Dipartimenti provinciali che qualche attento osservatore ha definito un’immane “lattugata”. Il termine, che può sembrare strano, deriva dalla “teoria delle lattughe”, elaborata da un militante della prima ora di Forza Italia, il cui nome è sbiadito col passare del tempo. “Lattuga” poiché tale verdura, non si offendano i cultori della sana alimentazione, pur essendo ricca di valori positivi è anche caratterizzata dallo scarso apporto energetico, quindi non è “sostanza”. Nel fatidico 1994, sostenne l’anonimo forzista, ai cittadini che si lamentavano scontenti della politica di allora, fu offerta la possibilità di fondare i clubs di Forza italia e, addirittura, di diventarne presidente magari chiamandolo con il nome della moglie. Questa fu la prima elargizione di lattughe. Passò del tempo e i vari presidenti, accorgendosi di non contare ugualmente niente, ripresero a lamentarsi. Furono allora creati i “promoter”, responsabili del seggio elettorale, ed i “super promoter”, responsabili del plesso: altra lattugata. Trascorse ancora del tempo ed i presidenti di club, divenuti promoter e super promoter, continuarono a non contare niente. Vennero così creati i “dipartimenti”, sorta di cariche legate alle proprie competenze professionali, ma ben presto, pur assumendo tutti questi incarichi, i forzisti capirono ancora una volta di non contare niente. Gli esperti dicono che la “storia non si ripete mai ma mostra solo delle analogie”. Forza Italia dopo questa serie di operazioni stravinse le elezioni del 2001 e Silvio Berlusconi dominò la scena politica per il decennio successivo. Accadrà lo stesso a Giorgia Meloni?
Intanto gli alleati, intimoriti dallo spauracchio rappresentato dal generale Vannacci, brigano per conservare le posizioni a Palazzo d’Orleans. Acclarato che il prossimo candidato alla Presidenza della Regione non sarà l’uscente Renato Schifani, Forza Italia, in particolare, punta a un nome nuovo che possa mettere d’accordo tutti. Il primo passo è stato quello di esautorare del tutto Antonio Tajani e gestire la questione direttamente in loco anche grazie alla presenza di Giorgio Mulé, nisseno, ex giornalista, stimato e apprezzato, eletto a Palermo e Vicepresidente della Camera dei Deputati. Il secondo è stato quello di ricompattare il partito. I tre parlemantari catanesi, ad esempio, Giuseppe Castiglione (nazionale), Nicola D’Agostino e Salvo Tomarchio (regionali) hanno recentemente dichiarato: “Il lavoro svolto dal commissario regionale Nino Minardo in questi mesi è stato determinante per ricostruire un clima di entusiasmo, partecipazione e fiducia nei territori e tra i militanti e gli amministratori di Forza Italia. Un risultato che merita pieno riconoscimento”. E Minardo, incontrando gli eletti, amministratori e dirigenti azzurri di Caltanissetta, ha definito nuovo assetto organizzativo del partito articolato su tre livelli: assemblea provinciale, direttivo ed esecutivo. “La riorganizzazione – ha detto – non può essere una semplice operazione interna, ma deve nascere dall’ascolto, dalla partecipazione e dalla capacità di offrire spazio e responsabilità ai giovani. Il nuovo assetto consentirà di coniugare partecipazione e capacità decisionale. L’assemblea sarà il luogo dell’ascolto, il direttivo garantirà il raccordo con i comuni e con l’intera classe dirigente, mentre l’esecutivo avrà il compito di guidare concretamente l’attività politica e organizzativa del partito. È un percorso che condurrà naturalmente al congresso provinciale e che sarà portato avanti in costante raccordo con la struttura regionale del partito”.
“Il nostro obiettivo è rafforzare Forza Italia comune per comune, valorizzando competenze, amministratori e nuove disponibilità all’impegno. Vogliamo arrivare alle prossime elezioni regionali con un partito unito e competitivo”, ha concluso Minardo.
Gli equilibri se non sono saltati, perlomeno traballano. Se a destra temono Vannacci, a sinistra incombe l’ombra di Ismaele La Vardera che vede aumentare i propri consensi, complice l’inadeguata gestione politica da parte del tradizionale centrosinistra. Oltre a La Vardera bisogna tenere in conto anche Cateno De Luca (ancora non chiara la sua collocazione). Entrambi stanno mettendo in difficoltà il “Campo largo” siciliano che, per di più, stenta a trovare, e quindi a convergere, su un nome per la Presidenza della Regione e su un nome per il Sindaco di Catania. Si potrebbe ovviare su una scelta prettamente civica alla quale i partiti potrebbero aderire in un secondo momento. Per la Regione, pur intravedendo nomi di eccellente levatura e di possibili buoni consensi, sembra una strada in salita, una vera e propria erta. Nel caso delle amministrative, invece, la vittoria, per quanto anch’ssa difficile, potrebbe anche essere possibile causa il malcontento (generale e universale) nei confronti della sindacatura Trantino e la difficoltà della destra di convergere su un preciso nome. Chissà che il “centro” non possa fare il colpaccio in entrambe le istituzioni.
Ha recentemente scritto un uomo saggio: “C’è un proverbio in Sicilia, espresso in un dialetto particolare, il galloitalico di Nicosia (parlato nell’entroterra della Sicilia nord-orientale), che recita così: «Noè campà nuovöcentö anë e mprendëtő na cosa de n carösëtö», ovvero: «Noè visse novecento anni e imparò una cosa da un bambinetto». Il messaggio è chiaro: nessuno può ritenersi tanto esperto da non avere più nulla da apprendere. L’età, il prestigio, la cultura e l’esperienza non escludono la possibilità di ricevere un insegnamento da chiunque, perfino da chi è molto più giovane. È un invito permanente all’umiltà intellettuale e alla disponibilità verso la conoscenza, a non considerarsi mai arrivati, a mantenere viva la curiosità e ad accettare che la conoscenza possa giungere dalle fonti più inattese. Ci ricorda che la vera saggezza non consiste nel credere di sapere tutto, ma nel riconoscere che ogni incontro, ogni esperienza, possono insegnare qualcosa di nuovo”. Esattamente il contrario di “lattughe per tutti”.
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