Il pianoforte dell’amore e l’accordo creativo

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Quando l’amore e la creatività si incontrano recandosi a lezione l’uno dall’altra, nel rischio di mettersi a nudo togliendo le rispettive armature danno vita ad un’opera sublime e struggente che ha l’impronta del tremore umano e osa parlare un linguaggio che non nasce dalla perfezione ma dall’urgenza.
L‘amore è il primo suono emesso dal mondo prima di avere un nome.
Non è un’idea né tantomeno una scelta.
Si tratta di una vibrazione che ti attraversa prima ancora che tu sappia cosa farne; e la creatività è ciò che accade quando quel dirompente tremito non trova in alcun modo pace nel silenzio e si mette alla ricerca di una forma per non andare perduto.
Pensiamo ad un pianoforte lasciato aperto in una stanza vuota.
Il legno respira e le corde attendono mute, non per mancanza di talento, ma per mancanza di contatto.
L’amore è il dito che si posa sul tasto senza sapere quale nota ne uscirà.
Sa solo che deve suonare altrimenti
esplode.
È proprio così che nasce l’opera.
Non dalla perfezione ma dall’urgenza.
Uno scrittore infatti non scrive per stupire; scrive perché ha visto qualcosa che, se non lo imprigiona su un foglio bianco, rischia di marcirgli dentro.
Un pittore non mescola colori per comporre una figura gradevole; mescola per trattenere la luce di uno sguardo che lo ha rapito guardandolo come nessun altro aveva mai osato fare.
Un musicista non cerca l’accordo giusto per essere applaudito; lo cerca perché è l’unico che riesce ad esprimere ciò che le parole rifiutano di pronunciare.
L’amore insegna alla creatività la cosa più difficile: la resa. 
Le toglie l’armatura, la mette a nudo e le chiede di non mentire, perché se recita non può creare qualcosa di vivo.
E la creatività, per contraccambiarlo, regala all’amore una memoria che il corpo non ha.
Il corpo infatti dimentica, si stanca, cambia, ma ciò che ha creato per amore rimane lì, a vibrare eternamente anche quando quella persona non c’è più.
È il modo in cui l’effimero impara a resistere ed è l’unico tradimento concesso al tempo che diviene spettatore di una trasformazione imperitura.
Le opere più struggenti non sono mai perfette proprio perché recano l’impronta del tremore umano con crepe, ripetizioni e silenzi a volte troppo lunghi.
Come la voce di un cantante che si incrina proprio sul verso che conta e quell’incrinatura entra dentro più di qualsiasi nota pulita.
La passione senza creazione diventa nostalgia.
Guardando indietro vedi solo ciò che è stato ma non puoi toccarlo più.
La creazione senza amore diventa mestiere, caratterizzato da tecnica impeccabile ma assenza dell’anima.
Quando invece si incontrano danno vita ad un linguaggio che non appartiene a nessuno dei due eppure solo loro comprendono.
È il linguaggio di ciò che non si può dire, ma si può sentire.
Di ciò che non dura, ma lascia una traccia.
È il linguaggio per cui vale la pena restare svegli di notte, con le mani sporche d’inchiostro e il cuore che batte come un metronomo impazzito.
 
Creare per amore è un modo per lasciare andare con la consapevolezza che ciò che è vero e profondamente puro non muore quando lo lasci libero, continua a suonare anche se tu non ci sei più.
Senza creazione l’amore si consuma in sé stesso, diventa un fuoco che scalda solo le mani che lo tengono e poi si spegne per mancanza d’aria.
La creatività senza amore è nuda abilità: precisa, brillante, ma fredda come una statua di marmo che non ha mai conosciuto il sole.
Quando i due si incontrano succede qualcosa che nei dizionari non ha nome.
È come se la mano che scrive smettesse di appartenere solo a te e iniziasse a prestare l’inchiostro a qualcuno che non vedi ma senti.
Così scrivi per dire ciò che non hai mai detto a voce.
Suoni per sfiorare ciò che non puoi toccare.
Dipingi per trattenere un istante che senza di te passerebbe senza lasciare traccia.
Tutti i grandi scrittori sanno bene che non si scrive per essere letti, ma per tentare di afferrare l’inafferabile.
Ogni metafora è un ponte gettato da un cuore all’altro con la speranza che regga almeno il tempo della lettura.
E l’amore, quello vero, fa lo stesso.
Non cerca di possedere ma di creare spazio dove l’altro possa diventare più grande di com’era prima di incontrarlo.
 È proprio per questo che l’amore è l’atto creativo più radicale che esista.
Non produce un’opera che resta appesa ad un muro ma un essere umano che si sente visto senza il filtro della finzione.
E quando una persona si sente davvero vista, cambia e non ha più paura di osare.
Ed è in quel rischio che nasce la bellezza che non conosce oblio.
L’amore mostra cosa vale la pena creare.
La creatività dona il linguaggio per non perderlo quando passa.
Senza l’uno, l’altra diventa esercizio.
Senza l’altra, l’uno diventa nostalgia.
Insieme sono l’antidoto per resistere al tempo e continuare a far battere cuori desiderosi di estinguere la loro sete di infinito.
Quando il mondo si restringe al perimetro di ciò che non è ancora accaduto, l’attesa non ti chiede di fare ma di diventare.
E diventare è faticoso, perché sei sospeso tra il lento e inesorabile sbiadirsi della persona che eri e tra quella che sarai che non ha ancora un nome, ma lotta alacremente contro la mediocrità e l’insoddisfazione senza farti indurire il cuore.
Per questo l’attesa non è mai tempo perso.
Ti scava dentro come l’acqua scava la pietra.
Non fa rumore ma lascia un solco in cui, se hai avuto il coraggio di non fuggire, cresce qualcosa che non si può comprare, imitare o rubare: la tua voce.
Forse è per questo che le cose più struggenti non sono quelle finite male, ma quelle che non hanno mai avuto il coraggio di iniziare, perché sono imbevute di tutta la vita che avresti potuto vivere.
No per accusarti ma per ricordarti che sei ancora in tempo.
Il pianoforte è un esempio esemplare di quanto appena asserito.
Quando premi un tasto il suono non nasce subito.
C’è un istante di silenzio, un respiro, un’attesa senza la quale il suono sarebbe solo rumore.
Anche noi siamo così.
La musica partorita dall’attesa di essere suonati dall’Amore.

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