Il cantico del limite

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Esiste un canto che nessuno vuole imparare.
Siamo incredibilmente talentuosi a cantare l’amore quando inizia, la gioia quando è piena e la vittoria quando è nostra, nessuno però
ci ha insegnato mai il cantico del limite, l’unico che ci salva.
Il limite non è un muro che lascia fuori escludendo, ma un confine che invita ad andare oltre incontrando e cambiando.
Il mondo lo ha schedato come qualcosa di cui vergognarsi.
Chi è al limite, ha fallito; chi è stanco, non vale; chi piange, è debole.
È per tale motivo che si è diffusa la convinzione di dover essere senza limiti, infinitamente performanti.
Così ci ammaliamo tutti proprio sul limite, perché nessuno ci ha detto come gestirlo e cosa fare quando, prima o poi, ci arriveremo.
Al limite del corpo, quando il “motore” inizia a incepparsi; al limite del cuore, quando amiamo e non siamo riamati; al limite della fede, quando preghiamo e il cielo sembra non rispondere alle nostre interurbane di pronto intervento.
In realtà ci sono due modi: il
primo è quello che ci suggerisce il male, ovvero negarlo e drogarsi di lavoro, di rabbia, di controllo, di passioni sfrenate che spezzano.
Il secondo è il cantico,
il cantico del limite, quello
struggente perché è composto da soli tre versi: “non ce la faccio”, “resta con me”, “rimettimi al mondo”.
Il primo verso è preghiera, il secondo è presenza che non si da alla fuga ma si siede accanto, il terzo inocula coraggio e speranza ad alto dosaggio per dare la forza di ricominciare.
Il cantico del limite è quello che ha cantato Cristo in croce, il cantico che ha cambiato il limite dell’abbandono. E proprio cantandolo, l’ha sfondato.
Perché il limite non si spiega, si ascolta e solo ascoltandolo fino in fondo si comprende che non è una condanna, ma una voce che ci ricorda che la nostra umanità non è autosufficiente e infinita.
Il giorno in cui lo capiremo il limite smetterà di essere una prigione e diventerà una soglia in cui si viene accolti.
Vivere è imparare ad abitare i limiti, a riconoscerli e benedirli;
perché la vita è finita ed è proprio perché è finita che è preziosa.
Un amore infinito non sarebbe amore, ma abitudine.
Un giorno infinito non sarebbe giorno, ma condanna.
I limiti non tolgono, danno forma come l’argine al fiume che altrimenti sarebbe una palude.
Il limite del corpo che spesso viviamo come un tradimento è invece la
la prima poesia che la vita ci scrive addosso, insegnandoci con dolce umiltà che non possiamo e non dobbiamo fare tutto.
Non siamo cavalli da corsa, ma case da abitare.
Il limite del cuore è quello più straziante, quello che fa ammalare di delusione ma insegna la verità più grande, ovvero che non siamo stati creati per trattenere tutto, ma per lasciare andare.
Ogni addio che non ci ha ucciso ci ha dato la forma definitiva.
Il limite del tempo è quello che non si sposta, non si allunga, non si compra e non si recupera.
Malgrado ciò è il più poetico perché costringe a scegliere oggi e adesso.
L’unico modo per non essere schiacciati dai limiti è ascoltarli.
Se ascolti il limite del corpo, smetti di punirti e inizi a curarti.
Se ascolti il limite del cuore, smetti di pretendere e inizi ad amare davvero.
Se ascolti il limite del tempo, smetti di rimandare e inizi a vivere.
Alla fine i limiti della vita non sono tre muri che chiudono, ma tre maestri che dicono sottovoce che pur non essendo infiniti, ogni nostro gesto, se fatto con amore, lo è.
I limiti sono ritmo e respiro, spartito e melodia le cui note veicolano futuro.
La melodia del limite non suona infatti le note del passato. Quelle le conosciamo già. Sono note di rimpianto, di rimorso, di “se avessi fatto”. Quelle che abbiamo suonato per anni, fino a consumarci le dita.
Quando siamo al limite, siamo costretti a fermarci. E quando ci fermiamo, per la prima volta dopo tanto tempo, sentiamo il silenzio. Non un silenzio vuoto, ma pieno. Un silenzio che non punisce, ma prepara.
È nel silenzio del limite che il futuro trova finalmente spazio per insediarsi.
Perché, finché siamo pieni di noi , delle nostre corse, delle nostre paure, delle nostre difese, dove può mettersi il futuro? Non c’è posto.
Il limite svuota la stanza, toglie i mobili vecchi e fa accomodare il futuro, che non bussa alla porta dei forti, ma entra dalla crepa dei fragili.
La melodia del limite ha tre note. E ognuna è già gravida di domani.
La prima nota dice che non sei più quello di prima.
Hai perso qualcosa. Un ruolo, una persona, una certezza, la salute.
Non sei più quello che correva senza stancarsi, che amava senza paura, che credeva senza dubitare.
Quella nota sembra triste e invece è liberazione, perché ti dice che puoi smettere di recitare e di dover essere quello di prima.
Puoi essere quello di adesso: più vero, più umile, più pronto.
Il futuro non vuole il vecchio te, truccato da nuovo. Vuole il nuovo te, nato dal limite.
La seconda nota dice che non sai.
Quando sei al limite non sai cosa fare. Non hai la mappa e non hai la risposta.
Quella nota sembra angoscia e invece è preghiera, è l’inizio della fiducia. Quando non sai, finalmente puoi affidarti. Quando non controlli, finalmente puoi essere guidato.
“La fede non è sapere dove vai. È sapere che sei accompagnato anche quando non lo sai.” (Etty Hillesum)
Il futuro non si costruisce con le certezze, si accoglie con le mani vuote.
La terza nota dice che da qui si vede più lontano.
Solo chi è arrivato sul limite vede oltre. Chi sta in mezzo alla pianura vede solo la pianura, chi è sul bordo vede l’altra valle.
Dal limite del corpo, vedi quanto è prezioso un respiro senza dolore. E il futuro diventa prendersi cura.
Dal limite del cuore, vedi quanto è raro un amore che resta.
Dal limite del tempo, comprendi quanto sia stupido rimandare. E il futuro diventa con coraggio adesso e subito.
Perché solo chi ascolta il limite sente la melodia, gli altri sentono solo il rumore della propria paura.
La melodia del limite non fa vedere il futuro, ma lo fa sentire e suonare dentro, prima che accada fuori.
Come quando il compositore mette le dita sul pianoforte e, prima ancora di premere il tasto, sente già la nota che verrà.
E questo per farci comprendere che il limite non è la fine della canzone, ma solo il cambio di tonalità.
Da minore a maggiore. Da paura ad amore. Da ieri a domani.
E da domani, passo dopo passo, di nuovo a casa.
La musica è l’unica cosa che i limiti non riescono a fermare.
Puoi mettere un muro davanti a un corpo, ma non davanti a una canzone. La canzone passa,scavalca, si infila dalle porte chiuse del cuore e arriva.
Puoi mettere un limite al tempo, ma non alla musica che hai cantato insieme a qualcuno, perché quella resta, valica gli anni, valica le distanze e persino la morte.
Ecco perché il camminare insieme ha bisogno di musica e non di rumore.
Camminare insieme senza musica è sopportarsi.
Camminare insieme con la stessa musica è appartenersi.
Le persone oggi non si perdono perché non hanno forza per trovarsi, ma perché non hanno più una musica comune. Ognuno cammina con la sua cuffietta, con la sua playlist, con il suo passo.
Non si cammina più insieme ci si incrocia.
La musica che valica i limiti fa l’opposto.
Non ti dice di andare più veloce, ma di procedere allo stesso passo.
Non di arrivare prima, ma di arrivare insieme.
Questa musica non è composta da note perfette, ma da respiro comune.
Due che camminano insieme iniziano a respirare allo stesso modo senza quasi rendersene conto.
I fiati rallentano e si accordano.
È la prima musica, quella che nessuno sente, ma che tiene in piedi tutto.
Amare è proprio questo, ovvero trovare il proprio respiro nel respiro dell’altro senza avere più il fiatone.
Non è fatta di parole. È fatta di silenzi che suonano.
Ci sono silenzi vuoti, che pesano. E silenzi pieni, che cantano. Quando cammini davvero con qualcuno, il silenzio tra voi non è imbarazzo; è melodia, è lo spazio tra due note, senza il quale non ci sarebbe canzone.
Quando sei stanco e l’altro ti aspetta, senza rimprovero, solo rallentando; quella è musica che valica il limite del corpo.
Quando hai il cuore chiuso e l’altro resta accanto, senza chiederti di aprirlo subito, solo tenendoti la mano: quella è musica che valica il limite del cuore.
Quando il tempo stringe e l’altro dice che non importa dove si arriva ma che si arrivi insieme: quella è musica che valica il limite del tempo.
È lì che il camminare insieme diventa cantico.
Non è più due che vanno. È un unico passo che ha trovato la sua armonia.
La musica valica i limiti, ma non porta oltre il limite; insegna a cantare proprio lì, sul limite.
E mentre canti, il limite smette di essere un confine e diventa un ponte che attraversa e fa attraversare.

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