Freedom Flotilla: rimpatri lumaca: mentre il Governo balbetta, cresce la rabbia per il trattamento degli attivisti

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Si allungano i tempi per il rimpatrio dei 450 attivisti della Freedom Flotilla, fermati a seguito dell’ennesimo e brutale assalto militare contro la missione umanitaria che tentava, pacificamente, di portare aiuto e solidarietà al popolo palestinese a Gaza. Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore dalle chat di collegamento tra la Flotilla e i familiari, gli attivisti verranno suddivisi in due gruppi, con arrivi previsti tra la mattina e il pomeriggio, per poi essere rinchiusi nei centri di detenzione israeliani per le procedure di identificazione. A garantire un canale di informazione costante è anche Elisa Catanzaro, sorella di Alessio, uno degli attivisti a bordo della barca a vela “Cactus”, abbordata illegalmente in acque internazionali.

Nonostante le normative internazionali prevedano l’espulsione entro 24 ore, la macchina burocratica israeliana si preannuncia lenta, tra visite consolari e verifiche individuali, facendo slittare il rientro nei rispettivi Paesi non prima di venerdì.

A spazzare via ogni retorica giustificazionista ci hanno pensato i video circolati nelle ultime ore, che mostrano il trattamento riservato a chi si batte per i diritti umani. Nelle immagini provenienti dal porto di Ashdod, diffuse con orgoglio nazionalista proprio dal partito del ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir, si vedono gli attivisti della Global Sumud Flotilla umiliati: mani legate dietro la schiena e occhi bendati, costretti a subire in sottofondo le note dell’inno israeliano.

Un trattamento degradante inflitto a civili disarmati, davanti al quale i vertici del nostro Governo continuano a muoversi con un’ostentata e quasi intimorita prudenza. Se ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è affrettato a minimizzare le violenze denunciate dai fermati, l’intera linea diplomatica guidata da Giorgia Meloni brilla per l’assenza di fermezza. Una postura timida e accomodante che contrasta violentemente con la gravità di un attacco compiuto in acque internazionali ai danni di una missione di pace.

Mentre le istituzioni centrali balbettano, la società civile risponde. In diverse città italiane si stanno già organizzando presidi e iniziative di solidarietà per chiedere non solo il rilascio immediato dei cooperanti, ma anche risposte chiare da parte dell’esecutivo italiano su una gestione diplomatica che molti definiscono ormai inaccettabile. E se Roma tace o minimizza, la protesta si sposta sui territori. Sul caso è intervenuto con durezza il deputato regionale Giovanni Burtone, che ha annunciato un appello urgente all’Assemblea Regionale Siciliana. L’iniziativa punta a scuotere i palazzi del potere regionale e nazionale, esigendo che venga garantita l’immediata tutela dell’incolumità degli attivisti e il loro rilascio senza condizioni.

L’appello all’Ars suona come una vera e propria strigliata a Palazzo Chigi e alla Farnesina: si chiede una presa di posizione netta, che superi una volta per tutte l’imbarazzante linea del minimizzare e pretenda spiegazioni ufficiali e perentorie dalle autorità israeliane per un atto di forza ingiustificabile.

La vicenda continua ad alimentare una fortissima tensione politica. Le associazioni per i diritti umani restano in attesa di aggiornamenti, con la certezza che la solidarietà internazionale non si farà intimidire né dai sequestri, né dal silenzio di chi dovrebbe difendere i propri cittadini.

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