Il vecchio mito del “vivere in centro” come sinonimo di massima qualità della vita sta tramontando. A confermarlo è il 3° Rapporto One Health “Il valore sociale delle città”, realizzato dal Campus Bio-Medico di Roma insieme all’Istituto Piepoli. I dati parlano di un’Italia che cambia prospettiva: se solo il 16% dei cittadini sogna ancora un’abitazione tra i vicoli del pieno centro, ben il 30% punterebbe su una periferia moderna e ben servita.
La fine della “Città Dormitorio”
Il Rapporto ribalta l’idea della periferia come spazio marginale. Oggi, le aree esterne ai centri storici sono viste come la vera sfida urbanistica: non più semplici quartieri dormitorio, ma laboratori dove costruire modelli di vita più sostenibili e inclusivi.
I cittadini hanno le idee chiare sulle priorità per questi territori:
Trasporti pubblici (fondamentali per il 40% degli intervistati);
Sicurezza e ordine pubblico (34%);
Servizi sanitari e spazi verdi (33%).
In questo scenario, emerge il paradigma “One Health”: la salute umana non è isolata, ma dipende strettamente dalla qualità dell’ambiente urbano e dalle relazioni sociali che il quartiere riesce a generare.
Catania: una “Mischia” di potenzialità
Catania, città caratterizzata da una straordinaria vitalità e da una complessa stratificazione sociale, rispecchia fedelmente le dinamiche descritte nello studio. In un contesto dove il centro storico — pur mantenendo il suo fascino — soffre spesso di congestione e costi elevati, lo sguardo si sposta inevitabilmente verso i quartieri che cingono il nucleo antico.
È qui che si gioca la partita della modernità. Come evidenziato dal Rapporto coordinato da Livio Gigliuto, Presidente dell’Istituto Piepoli e profondo conoscitore della realtà catanese: “Le periferie sono le vere ‘fabbriche di cittadinanza’ delle nostre città, e per una realtà come Catania, la sfida è trasformare quella distanza fisica dal centro in una nuova centralità di servizi e opportunità”.
Verso una visione policentrica e integrata
La vera rigenerazione non può limitarsi al recupero architettonico. Se quartieri storici centrali come San Berillo rappresentano l’anima pulsante e la memoria della città, le periferie catanesi — da Librino a Nesima, fino ai nuovi insediamenti residenziali — necessitano di una visione policentrica. L’obiettivo è una città dove non ci si debba “spostare verso il centro” per trovare servizi, ma dove ogni quartiere sia un’entità autonoma e interconnessa.
Il coraggio di ricucire il territorio
Il futuro di Catania dipende dalla capacità di utilizzare strategicamente i fondi di coesione europei per colmare il divario tra le aspettative dei cittadini e la realtà dei servizi. Non si tratta solo di asfaltare strade o costruire palazzi, ma di “ricucire” il tessuto sociale, portando ambulatori, parchi, biblioteche e trasporti rapidi laddove oggi c’è solo asfalto.
La sfida lanciata dal Rapporto One Health è chiara: la casa non è più un’isola, ma parte di un ecosistema. Per Catania, questo significa trasformare la propria “mischia” di culture e territori in un punto di forza. Se riusciremo a far sì che un cittadino di periferia si senta “molto soddisfatto” del proprio quartiere, avremo finalmente costruito una città moderna. La bellezza dell’Etna e del mare deve smettere di essere un riflesso lontano per chi vive ai margini, diventando parte integrante di una qualità della vita diffusa, equa e, finalmente, universale.

