Ma prima bisogna mettere d’accordo il condominio!
C’è qualcosa di decisamente rivoluzionario nell’ultima vicenda del Partito Democratico siciliano. Dopo mesi di divisioni, congressi contestati, ricorsi e guerre intestine, si è arrivati persino a evocare il “Direttorio”. Una parola importante, solenne, impegnativa. Una parola che richiama immediatamente la Rivoluzione francese, le campagne militari, le Repubbliche sorelle e, naturalmente, Napoleone Bonaparte. Insomma, non proprio un nome da assemblea di condominio. Anche se, a giudicare dalle vicende del PD siciliano, forse proprio da lì bisognerebbe partire.
Ma andiamo con ordine. La vicenda nasce dalle dimissioni di Anthony Barbagallo, che il 27 ottobre ha rimesso il mandato di segretario regionale nelle mani della segreteria nazionale.
Dopo sette anni alla guida del partito, Barbagallo ha deciso di fare un passo di lato, spiegando che la ricomposizione delle diverse sensibilità interne non era arrivata e che serviva un nuovo assetto capace di restituire fiducia alle diverse anime del PD. Un passo di lato, ha precisato. Non indietro e qui, concedetemi una piccola licenza coreografica: viene quasi da immaginare Barbagallo impegnato in un passo di merengue, con tanto di movimento laterale, mezzo giro e qualche elegante spostamento per evitare di pestare i piedi a qualcuno. Perché, in una situazione del genere, anche il modo di uscire dalla pista ha la sua importanza. Sul fondo della vicenda ci sono le contestazioni di alcuni esponenti dem sulla regolarità del congresso che aveva confermato Barbagallo alla guida del partito e le iniziative giudiziarie che ne erano seguite. Una frattura politica che, evidentemente, non poteva più essere ignorata. Ed ecco che entra in scena mamma Elly. Naturalmente parliamo di mamma in senso metaforico. Elly Schlein, segretaria nazionale del PD, insieme al presidente del partito Stefano Bonaccini, si è trovata a dover favorire una soluzione per una situazione regionale che rischiava di trascinarsi ulteriormente. Quando in famiglia i figli non riescono più a mettersi d’accordo, le discussioni diventano troppo rumorose e nessuno sembra disposto a fare un passo verso l’altro, prima o poi arriva mamma a convocare tutti intorno al tavolo. E qui la metafora familiare sembra funzionare piuttosto bene. La stampa aveva anticipato una possibile soluzione: un «Direttorio» a tre, una sorta di triumvirato composto da Giuseppe Provenzano, Anthony Barbagallo e Teresa Piccione, quest’ultima indicata come espressione dell’area che fa riferimento a Bonaccini. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Provenzano avrebbe dovuto coordinare il nuovo organismo, Barbagallo avrebbe mantenuto un ruolo nella cabina di regia dopo aver lasciato la segreteria regionale e Piccione avrebbe rappresentato l’altra componente politica. Tre nomi, tre sensibilità, tre pezzi importanti del PD siciliano. Una soluzione che, almeno nelle intenzioni attribuite alle trattative, avrebbe dovuto consentire di tenere insieme le diverse anime del partito. Ma attenzione: questa era l’ipotesi circolata sulla stampa, non una nomina già formalizzata. Il 2 novembre è arrivata infatti la decisione della segreteria nazionale: a Giuseppe Provenzano è stato affidato il compito di costruire una proposta per la guida del PD siciliano, dopo le dimissioni di Barbagallo. Sarà lui a lavorare alla composizione della nuova squadra, di concerto con il partito regionale e sotto la supervisione nazionale. Dunque, al momento, il dato ufficiale è l’incarico a Provenzano. Gli altri nomi e la composizione definitiva dell’organismo restano da definire.
Ma torniamo alla parola che più di tutte ha attirato l’attenzione: «Direttorio». Perché chiamarlo proprio così? E soprattutto, a quale Direttorio si sarebbero ispirati i dirigenti del PD siciliano? Quello francese, naturalmente, sarebbe il riferimento più suggestivo. Nato nel 1795, dopo la caduta di Robespierre, il Direttorio governò la Francia rivoluzionaria fino al colpo di Stato del 18 brumaio del 1799, quando Napoleone Bonaparte mise fine a quell’esperienza. Era composto da cinque direttori, non tre. E durante quella stagione la Francia ottenne importanti vittorie militari, estendendo la propria influenza in Europa e favorendo la nascita delle cosiddette Repubbliche sorelle, soprattutto nella penisola italiana. Un’esperienza che contribuì alla diffusione delle idee rivoluzionarie, ma che ebbe anche aspetti decisamente meno edificanti: instabilità politica, conflitti istituzionali, colpi di Stato e una crescente dipendenza dall’esercito. Non proprio un modello di pacificazione permanente. Ecco, forse sarebbe meglio non prendere tutto il pacchetto. Il PD siciliano, del resto, ha già abbastanza problemi senza dover importare anche quelli della Francia rivoluzionaria. Ma l’analogia storica è irresistibile. Il Direttorio francese era composto da cinque membri, quello siciliano, almeno secondo l’ipotesi circolata, dovrebbe partire da tre. Una versione ridotta, insomma. Un triumvirato, per essere più precisi. Tre per governare, tre per mediare, tre per accontentare le diverse componenti. E magari, chissà, domani anche cinque, se qualcuno dovesse ritenere che la rappresentanza non sia ancora sufficientemente equilibrata. Perché, stando alle ricostruzioni della stampa, non tutte le componenti del PD avrebbero considerato sufficiente la soluzione ristretta. Si è parlato anche di richieste di maggiore rappresentanza per i Giovani democratici, per le donne dem e per altre aree del partito, oltre che dell’esigenza di dare spazio ai territori. Insomma, il rischio è che il «Direttorio» debba diventare un organismo abbastanza largo da contenere tutti, ma non così largo da non riuscire più a decidere nulla. Un problema non secondario. Provenzano, dal canto suo, non è stato nominato commissario: l’incarico ufficiale è quello di costruire una proposta per la guida del partito. Una differenza importante, perché la soluzione individuata dalla segreteria nazionale punta a una nuova organizzazione e al coinvolgimento delle diverse componenti, non semplicemente a un azzeramento della situazione. Bisognerà capire se il nuovo corso riuscirà davvero a trasformare una tregua in una convivenza politica. Perché la vera impresa non sarà trovare tre nomi, o eventualmente cinque. Sarà convincere tutti che, una volta distribuite le responsabilità, non sarà necessario ricominciare da capo con le vecchie contese. E qui arriviamo alla questione più interessante: prima di conquistare le Repubbliche sorelle, il PD siciliano dovrebbe riuscire a conquistare la pace in casa propria. Già, perché fuori dalla porta ci sono gli alleati, c’è il Movimento Cinque Stelle, c’è il campo largo e ci sono le prossime sfide elettorali. Il partito dovrà confrontarsi con la costruzione di un’alleanza e con la scelta di una proposta politica per la Sicilia, anche in vista delle prossime elezioni regionali. Ma come si fa a costruire un’intesa con Giuseppe Conte e con gli altri interlocutori del centrosinistra se prima non si riesce a trovare un accordo dentro casa propria? Sarebbe curioso presentarsi agli alleati con il progetto di conquistare la Sicilia mentre nel quartier generale si è ancora impegnati a stabilire chi debba sedere a capotavola. E magari, mentre si discute della distribuzione delle responsabilità, gli alleati stanno già ragionando su candidature, programmi e possibili scenari. Insomma, il rischio è quello di arrivare alla trattativa con il campo largo dopo aver consumato tutte le energie nella trattativa con il campo interno. Non vorremmo neppure evocare la Congiura degli Eguali di Babeuf, che nella Francia rivoluzionaria fu diretta proprio contro il Direttorio. Sarebbe un riferimento storico poco incoraggiante per un organismo che deve ancora prendere forma. E neppure vorremmo arrivare alla fase napoleonica, con qualcuno che, dopo aver contribuito a costruire il nuovo equilibrio, cominci a coltivare ambizioni da Primo Console. Per adesso, meglio accontentarsi di un po’ di disciplina, qualche riunione produttiva e una tregua che non sia soltanto diplomatica. Mamma Elly, insomma, ha richiamato tutti alla necessità di ritrovare una soluzione. Adesso bisognerà vedere se i figli sapranno convivere anche quando mamma non sarà presente. Perché un partito non si governa soltanto distribuendo incarichi, né si pacifica semplicemente mettendo le diverse componenti intorno allo stesso tavolo. Servono una linea politica condivisa, responsabilità e soprattutto la capacità di guardare fuori dalle proprie dispute. E se il “Direttorio” fosse, in fondo, un condominio? A pensarci bene, il PD siciliano assomiglia un po’ a un grande condominio nel quale gli inquilini litigano da tempo. C’è chi rivendica la legittimità della propria nomina ad amministratore, chi contesta le modalità con cui si è svolta l’ultima assemblea, chi sostiene di essere stato escluso dalle decisioni e chi, pur avendo lasciato formalmente l’incarico, potrebbe continuare a essere coinvolto nella gestione dello stabile. A un certo punto interviene l’amministrazione centrale, che decide di mandare qualcuno a mettere ordine, convocare i condomini e verificare se esistano le condizioni per una gestione condivisa. Si comincia allora a parlare di un nuovo consiglio di amministrazione, di deleghe, di rappresentanza delle diverse scale. Qualcuno propone tre amministratori, qualcun altro vorrebbe allargare il consiglio a cinque, purché nessuno resti senza voce e, soprattutto, senza una quota di responsabilità. Il problema, però, è che il condominio non vive di sole cariche. Bisogna decidere chi si occupa dell’ascensore, chi paga le spese, chi sistema il tetto, chi risponde delle infiltrazioni e, soprattutto, chi ha il diritto di convocare l’assemblea. E mentre i condomini discutono animatamente del regolamento, le scale continuano a essere sporche, il portone cigola e il tetto aspetta ancora di essere riparato. Naturalmente, ogni riferimento alla politica regionale è puramente voluto. Il nuovo amministratore potrebbe anche essere autorevole, il consiglio potrebbe essere composto da personalità di esperienza e le deleghe potrebbero essere distribuite con la massima equità. Ma se ciascuno continua a difendere il proprio pianerottolo, a rivendicare la proprietà del citofono e a contestare le decisioni dell’assemblea precedente, lo stabile non andrà molto lontano. E soprattutto sarebbe difficile convincere i condomini degli edifici vicini a entrare in una gestione comune. Perché il Movimento Cinque Stelle e le altre forze del centrosinistra, prima di diventare alleati in una possibile maggioranza, dovrebbero sapere con chi stanno trattando: con un condominio che ha finalmente risolto le proprie controversie oppure con un’assemblea permanente nella quale ogni decisione rischia di riaprire una vecchia discussione? Il rischio è che il nuovo «Direttorio» debba trascorrere tutto il proprio mandato a occuparsi di questioni condominiali: assemblee straordinarie, ricorsi, deleghe, contestazioni e verifiche dei verbali. E che, quando finalmente si arriverà a discutere dei problemi della Sicilia, non sia rimasto abbastanza tempo per affrontarli. Ci sarebbe persino da immaginare una nuova riunione condominiale con mamma Elly collegata da remoto, chiamata ancora una volta a ristabilire la calma. Da una parte chi vuole conservare le vecchie chiavi dell’amministrazione, dall’altra chi chiede un cambio di gestione, in mezzo chi propone una soluzione di compromesso. E Provenzano, nel ruolo di amministratore incaricato, che dovrebbe riuscire nell’impresa di far approvare il bilancio senza che qualcuno abbandoni l’aula prima del voto. Barbagallo, magari, potrebbe continuare a occuparsi di qualche questione dello stabile, ma senza essere più l’amministratore. Piccione, se dovesse essere confermata tra i componenti della nuova cabina di regia, rappresenterebbe una delle altre sensibilità da coinvolgere. E tutti, naturalmente, dovrebbero contribuire alle spese comuni. Perché nel condominio del PD siciliano nessuno può pensare di abitare da solo all’ultimo piano e pretendere che gli altri paghino anche la manutenzione del proprio appartamento. Ma c’è una questione ancora più importante. I condomini degli edifici vicini non aspettano certo che si risolva la guerra interna per decidere se partecipare alla prossima assemblea. Hanno i loro amministratori, i loro progetti e le loro esigenze. E se il PD vuole costruire un’alleanza politica, dovrà presentarsi con idee chiare, interlocutori riconoscibili e una capacità effettiva di assumere decisioni. Non basta annunciare che il condominio è finalmente pacificato. Bisogna dimostrarlo. Perché si può anche cambiare amministratore, nominare un consiglio, distribuire le deleghe e persino ridipingere l’androne. Si può cambiare il nome sulla targhetta all’ingresso, stampare nuovi regolamenti e convocare un’assemblea straordinaria con tanto di verbale solenne. Ma se i condomini continuano a farsi la guerra, se nessuno riconosce l’autorità dell’altro e se ogni decisione finisce contestata, il problema non è l’amministratore: è il condominio. E allora il nuovo «Direttorio» dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di una soluzione per distribuire gli equilibri interni. Dovrà riuscire a far funzionare lo stabile, occuparsi delle questioni lasciate in sospeso e soprattutto convincere gli inquilini che vale ancora la pena abitare nello stesso edificio. Perché i siciliani, che non sono condomini del PD e non hanno partecipato alle sue assemblee, hanno tutto il diritto di aspettarsi che un partito politico si occupi prima dei loro problemi e poi dei propri equilibri interni. La Sicilia non può diventare il grande cantiere nel quale il PD continua a discutere di chi debba tenere le chiavi del portone, mentre fuori aspettano risposte sul lavoro, sulla sanità, sui trasporti, sull’acqua, sulle infrastrutture e sulle tante emergenze dell’Isola. Il nome “Direttorio” in fondo, è già una bella trovata. Evoca grandi imprese, strategie e ambizioni europee. Ma prima di esportare le idee rivoluzionarie, il PD siciliano dovrebbe riuscire a realizzare una piccola rivoluzione interna. Prima di conquistare le Repubbliche sorelle, dovrebbe conquistare la propria Repubblica domestica. Prima di trovare un accordo con i Cinque Stelle, dovrebbe riuscire a trovare un accordo con i propri compagni. Prima di pensare a Napoleone, dovrebbe assicurarsi che il consiglio di amministrazione riesca almeno a riunirsi senza dover convocare ogni volta mamma Elly. E soprattutto dovrebbe ricordarsi che il condominio non è stato costruito per consentire agli amministratori di litigare, ma per dare un tetto a chi ci abita. Altrimenti il nuovo “Direttorio” rischia di diventare soltanto un altro nome da aggiungere alla lunga lista degli organismi chiamati a risolvere problemi che, puntualmente, sopravvivono agli organismi stessi. E mentre i condomini continueranno a discutere dell’amministratore, delle deleghe, delle scale da rappresentare e del verbale dell’ultima assemblea, il palazzo resterà in attesa di manutenzione. Napoleone può aspettare. Le Repubbliche sorelle pure. Ma almeno il condominio, per favore, non fatelo crollare!

