Nell’ambito di EtnaBook, Festival internazionale del libro e della cultura, nella suggestiva cornice dell’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioieni” di Catania è stato presentato il libro “Francesca Serio e le altre. Donne contro la mafia” (Algra editore) di Cinzia Caminiti.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista Patrizia Rubino.
La prof.ssa Pina Travagliante e la Prorettrice dell’Università di Catania Lina Scalisi hanno emozionato i partecipanti dialogando con l’autrice.
Alcuni passi del libro sono stati letti magistralmente dell’attrice Sabrina Tellico.
Il libro non è stato presentato ma incarnato e fatto camminare.
Protagoniste indiscusse sono le donne.
La mafia le mette nel conto alla guisa di mobili messi in casa, spettatrici che non parlano e non vedono, ma loro con impavido coraggio hanno cambiato il copione collaudato da secoli, gridando a squarciagola e spalancando le porte dei tribunali alla ricerca della verità, che è più disarmante di qualsiasi vendetta.
Donne dilaniate dal dolore che non temono di mostrare le lacrime, perché la paura è morta con i loro figli, sposi e fratelli.
Donne dalla forza titanica che da sole li hanno seppelliti e hanno dissotterrato la verità con la vanga della giustizia, colpendo i bersagli con parole che come proiettili di precisione non sbagliano un colpo.
Donne vestite di nero che – invece di chiudersi nel santuario del loro straziante dolore – hanno preso il cognome insanguinato e, dopo averlo lavato al lavacro dell’amore e abitato con fiera dignità, lo hanno trasformato in scuola itinerante, perché hanno compreso che il silenzio è complice e loro, anche a costo di restare sole o di morire, non vogliono esserne complici.
Le donne hanno un’arma che la mafia non ha avuto e non avrà mai: la custodia della memoria e il tramandare i nomi nel tempo per svegliare il passato e non farlo addormentare più.
Le donne sono specchi di madreperla nera in cui la mafia – che non è solo criminalità, ma un patriarcato armato – si specchia vedendo sconfitta la paura.
Voleva che le donne fossero muri portanti ma muti, e invece sono diventate porte di resurrezione, affette da logorrea traboccante di vita, che fanno entrare luce, aria, giudici, giornalisti e ragazzi senza soluzione di continuità.
La prima storia la mafia l’ha scritta con il sangue, la seconda l’hanno riscritta le donne con le lacrime – che asciugate al sole della verità diventano inchiostro indelebile – non facendo antimafia ma rendendo abitabili le inguaribili ferite loro inferte.
La mafia le voleva immobili come mobili e loro con inarrestabile forza hanno fatto della mobilità del ricordo il loro emblema e il loro mestiere.


