Tra passione e tormento: “La lupa” di Nicola Costa emoziona e convince

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Presso l’incantevole giardino di Villa Kiría, domenica 26 luglio, uno dei personaggi femminili più noti della letteratura verghiana, è stato rappresentato al pubblico in modo inedito. Senza modificarne il testo, infatti, l’attore-regista e drammaturgo Nicola Costa, con l’assistenza alla regia di Tiziana D’Agosta, ha interpretato fedelmente le parole della novella verista, aggiungendo delle sfumature al senso di queste ultime.
Lo spettacolo ha dato il via alle iniziative culturali proposte dall’associazione Ukiyo rappresentata da Ester Matteini e Francesca Scalia le quali hanno aperto la serata con un messaggio di benvenuto rivolto al pubblico e con la presentazione degli eventi in programma.
Nicola Costa, come nelle precedenti occasioni, ha ottenuto un ampio consenso di pubblico, al quale ha regalato una lettura più completa e approfondita del testo. La sua Lupa ama, è vittima di pregiudizi, manipolazione, emarginazione e femminicidio; non viene descritta come una predatrice ossessionata da un uomo che, sicuramente, non la merita. Ciò nonostante, l’attore ha confermato – nel confronto di fine spettacolo – che l’amore, tema privilegiato nonché ricorrente in molti dei suoi spettacoli, in questo caso, è certamente tossico. La prospettiva in cui si delinea la narrazione della novella offre una stimolante e profonda riflessione di carattere collettivo sui drammatici fatti di cronaca odierni, legati alla violenza sulle donne.
L’intento di Nicola Costa di interpretare il testo “rigorosamente dalla parte delle donne, in quanto fonte d’amore, maternità e bellezza” è stato realizzato in modo totalizzante, creando empatia e commozione tra il pubblico, avvicinandolo alla letteratura e, soprattutto, alla contemplazione della fragilità umana.
Nanni, descritto da Verga come un “uomo unto e sudicio”, è carnefice e violento, ma forse anch’egli una vittima, di se stesso: bramoso di dominare e possedere, incapace di provare, sentire, riconoscere un sentimento tanto importante quanto immenso quale, da sempre, è l’amore. E amore, per quanto torbido e malato, è senz’altro quello che prova la Gnà Pina nei suoi confronti.
Ad aggiungere un velo di ulteriore suggestione, il quadro di Giorgio Rizzo a fare da fondale alla scena: il ritratto di una donna che, secondo l’artista, “traduce ciò che la nostra terra esprime: non riconosce mai il vero stato delle cose se non quando arriva il giudizio esterno”. Forse, talvolta, è proprio il giudizio altrui a cambiare la percezione della realtà. Ma Verga, da grande maestro del Verismo, non ci fornisce un indizio assoluto né un’unica lettura per comprendere sino in fondo quella che, di fatto, si rivela come un’autentica tragedia con cui si conclude la novella. E Costa questo lo sa bene. Per tale ragione, il suo vivere profondamente e completamente ognuno dei personaggi rappresentati, facendo leva sulla sua indiscussa competenza artistica, sempre emozionante e poliedrica, restituisce alla parola la capacità di divenire fotografia, restituendo alle maschere verghiane una precisa identità e un carattere perfettamente riconoscibili attraverso il volto dell’attore.
Dopo lo spettacolo, Costa si è piacevolmente intrattenuto con il pubblico, ancora invaso da sensazioni e curiosità scaturite dalla sua interpretazione, che hanno dato origine a profonde riflessioni; un bel momento di incontro e scambio che dimostra quanto il teatro sia in grado di avvicinare le persone e arricchire il pensiero di ognuno, nutrendo e sollecitando il confronto che, in questo tempo distratto, rappresenta l’unica medicina per l’umanità.

 

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