“Rita” di Donizetti per il BIC: tra i colori di Vietri e il politicamente corretto

Date:

L’attenzione contemporanea al linguaggio e alla rappresentazione della violenza di genere arriva anche in teatro. È accaduto con “Rita, o Due uomini e una donna”, l’opera comica di Gustave Vaëz e Gaetano Donizetti, andata in scena nel cortile di Palazzo Platamone nell’ambito della VI edizione del BIC, Bellini International Context, promosso dall’Assessorato regionale al Turismo.
La regia di Davide Garattini Raimondi ha dovuto fare i conti con le insidie di uno spazio all’aperto e ha saputo organizzare il chiostro per agevolare artisti, orchestra e pubblico. L’umidità, la pioggia caduta fino a poco prima dell’inizio e le sedie bagnate non sono state certo un toccasana per gli spettatori. Anche i musicisti hanno dovuto affrontare le conseguenze delle condizioni atmosferiche, con continue e non semplici operazioni di accordatura.
A prevalere sulla scena è stata però l’impressione di trovarsi nel chiostro del monastero napoletano di Santa Chiara. Merito delle proiezioni video sul portico, che hanno riprodotto le riggiole, le maioliche dai colori tipici della ceramica di Vietri: giallo limone, azzurro cobalto e tocchi di verde. A questi colori si sono accordati i costumi di Giulio Leone: Rita entra in scena in azzurro, con colletto giallo, in un abito coerente con il personaggio dell’ostessa e locandiera. Una buona prova anche per le luci di Gaetano La Mela e per scene e video di Arcangelo Mazza.
Sul podio Giuseppe Aprea, energico e instancabile. Il giovane direttore aveva già guidato a Catania, per il BIC, appena due sere prima, il concerto “La scuola di Napoli e i talenti precoci”, passando in breve tempo da Pergolesi, Scarlatti e Paisiello a Donizetti, con incursioni in Mozart e Bellini. Il motto scelto per la sua pagina Facebook sembra rappresentarlo bene: «Come il ferro disuso arrugginisce, così l’inazione sciupa l’intelletto».
Il cast vocale e attoriale ha molto retto bene la scena. Le interviste realizzate per ItaliaJournal hanno restituito l’entusiasmo con cui gli interpreti hanno affrontato la prova (riprese video e montaggio Davide Sgroi). Applauditissima Mihaela Marcu, al debutto nel ruolo di Rita. Pienamente convincente anche la coppia dei suoi due “mariti”: il tenore Ivan Tanushi, nei panni di Gasparo, e il baritono Italo Proferisce, Beppe.
Interessante la scelta del regista Garattini Raimondi di affidare i dialoghi a inflessioni dialettali. Tanushi parla con un accento veneto, mentre Proferisce porta naturalmente in scena il napoletano, essendo nato a Napoli. Una scelta che il regista riconduce alla necessità di rendere più viva una farsa nella quale il recitato ha un peso considerevole.
Ed eccoci al libretto. Rita è costruita sull’equivoco, sulla bigamia involontaria della protagonista e sul rapporto conflittuale tra i personaggi, fino al lieto fine. Rita, che ha subito un marito violento, Gasparo, si rifà sul secondo coniuge Beppe, al quale non risparmia ingiurie e percosse. La violenza coniugale è dunque parte del meccanismo grottesco della farsa, non un elemento estraneo alla vicenda.
Proprio su questo terreno si è intervenuti a Catania, alla luce della sensibilità contemporanea. La locandina attribuisce la traduzione ad Enrico Colosimo e il riferimento è anche alla versione italiana storicamente utilizzata. Nell’originale francese “Rita, ou Le mari battu”, una battuta dell’aria di Gasparo recita: «On peut battre sa femme, mais il faut la ménager». Nella versione italiana di Colosimo diventa: «Si può picchiar la moglie, ma non s’ha da accoppar».
A Catania, invece, «picchiar» è diventato «sgridar», mentre «accoppar» è stato sostituito da «afferrar».
La modifica apre una questione: fino a che punto si può intervenire su un’opera del passato per renderne il linguaggio compatibile con il presente senza modificarne anche il senso?
Nel caso di” Rita”, la domanda è tutt’altro che marginale. La violenza coniugale appartiene infatti al meccanismo grottesco della farsa ottocentesca. Cambiare le parole significa intervenire anche sul modo in cui quella comicità è stata costruita.
E qui si presenta un curioso paradosso. Mentre nel testo cantato alcune parole vengono attenuate, nei dialoghi recitati riaffiora tutta la verve popolare della commedia, con espressioni colorite non presenti nella versione indicata in locandina: un sonoro «minchione» e persino un’invocazione alla Madonna di Pompei.
È una contraddizione interessante. Da una parte si interviene sul linguaggio ritenuto oggi più problematico; dall’altra si lascia spazio alla libertà del recitato e alla sua componente popolare. “Rita”, a Catania, ha cercato così un suo equilibrio.

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Share post:

Iscriviti

spot_imgspot_img

Popular

More like this
Related

Tra sacrilegio estetico, nodi di sicurezza e spinta familiare: il rebus dei cavalli di Di Modica in piazza Università 

Un'opera monumentale di indiscutibile pregio, ma collocata nel posto...

“L’infanzia non ha bisogno di uno smartphone”: l’iniziativa del Codacons

Francesco Tanasi, Segretario Nazionale Codacons, pone al centro dell’attenzione...

Variazioni di bilancio, il gruppo Mpa all’Ars presenta tre emendamenti per giovani, Comuni e viticoltura

Sette milioni contro lo spopolamento, sette per i piccoli...