La Camera ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni richieste dalla Procura su Andrea Delmastro. Una decisione legittima sul piano parlamentare che, però, lascia aperta una domanda: perché la politica dovrebbe temere il pieno accertamento dei fatti?
«La verità è nel fondo di un pozzo», scriveva Leonardo Sciascia. Ma c’è un particolare che spesso si dimentica: la verità non risale da sola. Ha bisogno che qualcuno abbia il coraggio di cercarla. E, soprattutto, ha bisogno che nessuno le chiuda la strada. È difficile non pensarci davanti alla decisione della Camera dei deputati di negare l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni richieste dalla Procura nell’ambito dell’indagine che riguarda il sottosegretario Andrea Delmastro. Sia chiaro. Nessuno può sostituirsi ai giudici. Nessuno può pronunciare sentenze prima di un processo. La presunzione di innocenza è uno dei pilastri dello Stato di diritto e tale deve restare. Ma proprio per questo nasce una domanda che la politica non dovrebbe temere. Perché impedire che la magistratura possa valutare uno strumento investigativo previsto dalla legge? Non è una domanda contro qualcuno. È una domanda nell’interesse di tutti. Qualche giorno fa quel voto era stato rinviato. Avevo scritto, con un filo d’ironia, che forse le carte sarebbero finite sotto l’ombrellone, tra una crema solare e uno spritz, in attesa di una riflessione estiva. Oggi, però, l’ironia lascia il posto a qualcosa di diverso. Alla preoccupazione. Perché la questione non riguarda soltanto Andrea Delmastro. Riguarda il modo in cui le istituzioni scelgono di rapportarsi alla ricerca della verità. Il Parlamento aveva tutto il diritto costituzionale di votare come ha votato. Nessuno lo mette in discussione. Ma il diritto non esaurisce il giudizio politico, né quello morale. La democrazia vive anche delle domande che i cittadini rivolgono ai propri rappresentanti. E questa domanda resta. Se si è convinti della correttezza del proprio operato, perché temere che i magistrati possano esaminare tutto ciò che la legge consente loro di esaminare? La verità non dovrebbe chiedere il permesso alla politica. Dovrebbe essere la politica a non avere mai paura della verità. Ogni volta che un’istituzione, pur esercitando una propria prerogativa, dà l’impressione di rallentare il cammino dell’accertamento dei fatti, qualcosa si incrina. Non necessariamente la giustizia. Ma certamente la fiducia. E la fiducia è il cemento della democrazia. Da anni ascoltiamo parole solenni sulla legalità. Assistiamo alle commemorazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sentiamo ripetere che la lotta alle mafie è una priorità assoluta, che la trasparenza è un valore irrinunciabile, che nessuno deve essere al di sopra della legge. Sono parole importanti. Ma le parole diventano credibili soltanto quando sono accompagnate dalle scelte. Ed era proprio questa l’occasione per dimostrarlo. Sarebbe bastato dire: lasciamo che la magistratura faccia fino in fondo il proprio lavoro. Senza scorciatoie, senza ostacoli, senza il sospetto che la politica senta il bisogno di proteggere se stessa. Perché il punto non è stabilire se qualcuno sia colpevole o innocente. Il punto è permettere che ogni elemento previsto dall’ordinamento possa essere valutato da chi è chiamato a farlo. Sciascia diffidava dei poteri che si presentavano come infallibili. Sapeva che la forza di uno Stato non consiste nel difendere sé stesso a ogni costo, ma nel dimostrare di non avere nulla da temere dall’accertamento della verità. Il potere, spesso, non ha bisogno di nascondere la verità. Gli basta rallentarne il cammino. E quando la ricerca della verità incontra una porta chiusa, il rumore di quella serratura arriva sempre fino ai cittadini. Per questo il popolo deve sapere. Deve conoscere. Deve poter giudicare. Perché la sovranità appartiene ai cittadini. E uno Stato davvero forte non è quello che chiede fiducia. È quello che la merita. La verità non indebolisce mai le istituzioni. Le indebolisce, semmai, il sospetto che abbiano paura di lasciarla parlare.
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