Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. Abbiamo dato la colpa al sole, al mare, alle spiagge di settembre e a una certa atavica pigrizia istituzionale. Ma la verità dietro la storica seduta lampo dell’Assemblea Regionale Siciliana dello scorso 8 settembre è un’altra, ben più profonda e politicamente inconfessabile.
Non è stata una vacanza prolungata. È stata pura, semplice e tangibile paura.
Il governo Schifani e la maggioranza di destra non hanno tenuto aperto il Parlamento per soli sedici minuti perché i deputati avevano il volo in ritardo o la coincidenza persa. Lo hanno fatto perché, in questo momento, l’Aula di Palazzo dei Normanni fa il palese effetto di un campo minato. E camminarci sopra terrorizza l’intero esecutivo.
Dietro la farsa del numero legale mancante si nascondono fobie ben precise, che stanno paralizzando la Sicilia:
Presentarsi in Aula, per una maggioranza, significa inevitabilmente una cosa: contarsi. E la destra siciliana, oggi, ha il terrore dei propri stessi numeri. Quella che a livello nazionale viene spesso raccontata come una coalizione granitica e decisionista, a Palermo si trasforma in una truppa sfilacciata. Entrare a Palazzo e accendere il tabellone elettronico significa certificare pubblicamente che i conti non tornano, che la tenuta è a rischio e che l’esecutivo si regge su equilibri fragilissimi, del tutto incapace di fare quadrato.
Il rinvio è stato giustificato con la necessità tecnica per le commissioni di “cercare una mediazione politica” per evitare che il governo vada sotto in Aula. Tradotto dal politichese: la maggioranza ha paura di sé stessa. Si temono le imboscate, i franchi tiratori, i ricatti incrociati tra correnti. La manovra non si vota non perché sia da studiare, ma perché portarla al voto adesso significherebbe esporre il fianco al fuoco amico. Il Parlamento vuoto non era un condominio deserto ad agosto: era una trincea abbandonata da soldati che temono di farsi sparare alle spalle dai propri alleati.
Governare significa scegliere, e scegliere scontenta sempre qualcuno. In una terra cronicamente in emergenza, approvare provvedimenti richiede un coraggio politico e un’unità che, a quanto pare, scarseggiano. Il cittadino aspetta la legge? Le categorie produttive aspettano risposte? Il governo, nel dubbio, prende tempo. Fuggire dal voto è diventato l’unico sport in cui la maggioranza eccelle. Se non decidi, non sbagli. Se non ti unisci, non cadi. È la strategia dell’opossum: fingersi morti sperando che l’emergenza passi da sola.
E poi c’è il capolavoro finale, quel dettaglio che eleva la paura a farsa. Sedici minuti di seduta. Non un minuto di più. In un governo in cui la stabilità politica vacilla, l’alleanza è uno specchietto per le allodole e la paura di crollare detta l’agenda, sfidare anche la cabala sarebbe stato un azzardo intollerabile. Il diciassette porta male, e quando non puoi più fare affidamento sui voti e sulla lealtà dei tuoi compagni di partito, non ti resta che affidarti alla scaramanzia. Sedici minuti, un colpo di martelletto e tutti a casa, al riparo dalla sfortuna.
Mentre ai siciliani si continua a chiedere di affrontare la realtà a testa alta—tra siccità, crisi economica e servizi che si sgretolano—la destra al governo ha scelto la via della fuga. Il 15 settembre si tornerà in Aula, certo. Ma non basterà un calendario a cancellare un dato di fatto: questa non è una coalizione che governa. È una coalizione che si nasconde.
Immagine generata con IA.

