Il futuro è stato cancellato dal piano regolatore

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Su “Città Finite, Futuri Infiniti”. Giocare per Vincere il Domani. L’ultimo libro di Guido Condorelli.

7:43. L’autobus delle 7:31 non è arrivato. Sul telefono è già arrivato. Questo è importante. Nella città digitale l’autobus può esistere senza esserci. Esiste nel sistema. È stato registrato. Tracciato. Elaborato. Probabilmente inserito in qualche dashboard dove una linea verde rassicurante informa che il servizio è operating normally. Sul marciapiede ci sono quattordici persone che sanno che non è vero. Benvenuti nella smart city. La città nella quale la rappresentazione del funzionamento sta progressivamente sostituendo il funzionamento.

Città Finite, Futuri Infiniti di Guido Attilio Condorelli potrebbe facilmente essere un libro che detesto. Teoria dei giochi. Incentivi. Equilibri. Resilienza. Ottimizzazione. Smart cities. Intelligenza artificiale. Stakeholder. Sistemi adattivi. È sufficiente mettere queste parole nella stessa stanza perché compaia spontaneamente un consulente con una slide PowerPoint. Il pericolo è evidente. La città come azienda. Il cittadino come cliente. La politica come management. Il conflitto come failure of coordination. La sofferenza come dato. Il dato come verità. E la verità, naturalmente, come dashboard. Business Ontology colonizza anche il marciapiede. È la fantasia che tutto possa essere descritto utilizzando il vocabolario dell’efficienza: ospedali, scuole, relazioni, amministrazioni, quartieri, ecosistemi, tempo. Se qualcosa non funziona, bisogna ottimizzarlo. Se resiste all’ottimizzazione, bisogna misurarlo meglio. Se continua a resistere, evidentemente manca innovazione. Poi arriva una app. Il problema rimane. Ma adesso ha una interfaccia.

Condorelli parte proprio da questo linguaggio e, cosa più interessante, finisce per rivolgerlo contro sé stesso. Perché cosa succede quando la razionalità produce irrazionalità? Quando milioni di decisioni individualmente sensate generano un risultato collettivamente idiota? Tutti scelgono l’automobile perché il trasporto pubblico è pessimo. Il trasporto pubblico rimane pessimo perché tutti scelgono l’automobile. Più automobili. Più traffico. Tempi più lunghi. Ancora più ragioni per evitare l’autobus. Equilibrio. Naturalmente. L’equilibrio non è necessariamente il posto dove vogliamo stare. Questa è una delle intuizioni più corrosive del libro. Per trent’anni l’ideologia manageriale ha trattato l’equilibrio come se fosse un sinonimo di ordine desiderabile. Ma Auschwitz aveva procedure. Una prigione può essere stabile. Una depressione può essere stabile. Una società può trovare un equilibrio intorno all’idea che nulla possa essere fatto. La stabilità non è una virtù. È una descrizione. Il traffico delle otto del mattino è un equilibrio. La precarietà permanente è un equilibrio. Una generazione che non riesce a comprare casa è un equilibrio. Un pronto soccorso cronicamente saturo può diventare un equilibrio. Il collasso stesso può stabilizzarsi. Ed è precisamente questo il punto nel quale il libro diventa più interessante del suo lessico. Il problema non è uscire dal caos. Il problema è che potremmo aver già organizzato il caos abbastanza bene da riuscire a viverci dentro.

Capitalist realism, versione municipale. Il lampione non funziona. “Non ci sono fondi.” Il treno è soppresso. “Problemi tecnici.” L’affitto assorbe metà dello stipendio. “Il mercato.” La temperatura in città supera i quaranta gradi. “Evento eccezionale.” Succede anche l’anno dopo. Evento eccezionale. E l’anno dopo ancora. Evento eccezionale. Quando l’eccezione viene ripetuta abbastanza a lungo diventa amministrazione ordinaria. La grande vittoria ideologica non consiste nel convincerti che qualcosa è buono. Basta convincerti che è inevitabile. È molto più economico. Nessuno deve amare il sistema. Deve soltanto smettere di aspettarsene un altro.

Uno dei meriti di Condorelli è capire che il deterioramento urbano raramente assomiglia al cinema catastrofico. Nessuna esplosione. Nessuna sirena. Nessuna skyline che collassa mentre Hans Zimmer suona fortissimo. Il vero collasso arriva come riduzione delle aspettative. Prima il servizio funzionava ogni dieci minuti. Poi ogni quindici. Poi ogni venti. Poi l’orario scompare. Poi compare una app che ti dice quanto dovrai aspettare. Innovazione. La tecnologia interviene esattamente nel momento in cui l’istituzione smette di promettere che il servizio arriverà quando dovrebbe. Non risolve l’attesa. La rende informata. Questo è il sublime amministrativo contemporaneo.

IL SISTEMA NON È ROTTO. Questa frase va ripetuta perché è difficile liberarsi dall’idea opposta. Guardiamo un servizio pubblico disfunzionale e diciamo: il sistema è rotto. Guardiamo il mercato immobiliare e diciamo: il sistema è rotto. Guardiamo pendolari trascorrere tre ore al giorno in viaggio e diciamo: il sistema è rotto. Forse no. Forse il sistema sta producendo esattamente gli incentivi che contiene. Forse ciò che chiamiamo malfunzionamento è il funzionamento visto dalla parte sbagliata. Per il pendolare tre ore sono tempo perso. Per qualcun altro sono valore immobiliare, carburante, pedaggi, credito, domanda. Per l’inquilino l’aumento degli affitti è una crisi. Per il proprietario è rendimento. Per chi aspetta il servizio, la congestione è inefficienza. Per chi monetizza la scarsità, la congestione è opportunità. “Problema urbano” è sempre una frase incompleta. Problema per chi? E soprattutto: profitto per chi?

È qui che il modello del gioco diventa utile. Ma soltanto se facciamo la domanda che ogni teoria dei giochi tende a rinviare fino a quando è troppo tardi. Chi ha costruito il tavolo? Perché il tavolo ha questa forma? Chi ha distribuito le fiches? Chi decide quando la partita finisce? Chi può alzarsi? Chi non può permetterselo? Perché una regola viene descritta come “vincolo” mentre un’altra viene descritta come “scelta politica”? La retorica degli incentivi può essere estremamente depoliticizzante. Nessun padrone. Nessun dominato. Soltanto giocatori. Nessun conflitto. Soltanto strategie. Nessuna classe. Soltanto preferenze. Nessuna ideologia. Soltanto informazione imperfetta. La società trasformata in un gigantesco esperimento di economia comportamentale. Nudge. Nudge. Nudge. Finché il cittadino si comporta correttamente. Ma Condorelli introduce una crepa importante quando comincia a chiedere chi sostiene il costo dell’adattamento. Quella domanda rovina tutto. Come deve. Perché la distribuzione dei costi riporta il potere nella stanza. Una transizione può essere ottimale e profondamente ingiusta. Una città può diventare più efficiente eliminando precisamente le persone che non riescono a permettersi la nuova efficienza. Un quartiere può essere “rigenerato” fino al punto in cui nessuno degli abitanti originari può più abitarlo. Il capitale ama i quartieri autentici. Soprattutto dopo aver rimosso le persone responsabili dell’autenticità.

Rigenerazione. Altra parola straordinaria. Una parola biologica applicata alla speculazione immobiliare. Il quartiere non viene comprato. Viene rigenerato. La popolazione non viene sostituita. Cambiano i demographics. Il bar non chiude perché l’affitto è triplicato. L’area evolve. Il linguaggio arriva sempre prima della ruspa.

Poi la tecnologia. Naturalmente la tecnologia. Perché nessuna fantasia urbana contemporanea può sopravvivere senza sensori. La città del XXI secolo deve essere smart. Non giusta. Non interessante. Non bella. Non democratica. Smart. Che significa cosa? Principalmente: leggibile dalle macchine. Un lampione diventa intelligente quando comunica con un server. Una persona che sa ripararlo rimane labour cost. La smart city è la città che vede. Sensori nei parcheggi. Telecamere. Pagamenti digitali. Accessi. Traiettorie. Telefoni. Consumatori. Flussi. La città diventa una superficie interrogabile. Dove sono? Quanto restano? Quanto spendono? Dove si fermeranno? Dove devieranno? Quale anomalia stanno producendo? Vista dall’alto, è magnifico. Una specie di SimCity nel quale nessuno deve mai sentire l’odore dei cassonetti. Ma la questione posta dal libro è quella corretta: chi controlla ciò che osserva? Perché il dispositivo di sorveglianza contemporaneo raramente dice SONO UN DISPOSITIVO DI SORVEGLIANZA. Dice: Per offrirti un’esperienza migliore, abilita la posizione. Accept all.

La distopia non è che Orwell aveva torto. È che abbiamo trovato un modello commerciale migliore. Il telescreen costava allo Stato. Lo smartphone lo compri tu.

Naturalmente “i dati” non risolvono niente. I dati sono una religione particolarmente adatta a una cultura che ha smesso di credere nella politica. Datemi abbastanza informazioni e il conflitto sparirà. No. Puoi conoscere perfettamente quante persone non riescono a permettersi un’abitazione e continuare a non costruire case popolari. Puoi conoscere al centimetro la congestione e continuare a progettare città per le automobili. Puoi misurare l’aumento delle temperature quartiere per quartiere e continuare a cementificare. Informazione e volontà non sono la stessa cosa. Un termometro non abbassa la febbre. Una dashboard non è un governo.

L’intelligenza artificiale rende questa confusione ancora più seducente. Finalmente la macchina potrà ottimizzare la città. Perfetto. Ottimizzare cosa? Condorelli individua bene il problema: l’algoritmo esegue l’obiettivo che gli assegniamo. Un obiettivo sbagliato non diventa giusto perché viene perseguito con precisione matematica. Diventa un errore industrializzato. La macchina non elimina la politica. La nasconde dentro la funzione obiettivo. E una decisione politica nascosta dentro un parametro è spesso più difficile da contestare di una decisione politica dichiarata. “Il sistema ha calcolato…” Ah. Il nuovo “ordini superiori”.

Ma la sezione più importante sulla tecnologia riguarda forse qualcosa di ancora più banale. Il tempo. L’automazione ci farà risparmiare tempo. Questa frase viene ripetuta dall’inizio della rivoluzione industriale. A questo punto dovremmo avere quantità imbarazzanti di tempo. Dovremmo passare i pomeriggi a leggere Proust nei parchi. Invece corriamo. Notifiche. Deadline. Riunioni. Deliverable. Due minuti per rispondere. Undici minuti per arrivare. Tre minuti per ordinare. Un minuto per valutare l’esperienza. Come è possibile che una civiltà che ha costruito intere infrastrutture per risparmiare tempo produca persone che non ne hanno mai abbastanza? Dove è finito? Condorelli formula implicitamente la domanda decisiva: chi cattura il tempo liberato? Una procedura che richiedeva sessanta minuti ne richiede dieci. Cinquanta minuti sono comparsi nell’universo. Chi li possiede? Il lavoratore? Il cittadino? L’azienda? L’amministrazione? Il capitale? Se la produttività raddoppia e l’orario di lavoro rimane identico, non abbiamo risparmiato tempo. Abbiamo aumentato l’estrazione.

Il tempo è probabilmente la categoria politica più sottovalutata dell’intero libro. Perché la città distribuisce tempo molto prima di distribuire denaro. L’autobus che non arriva. La fila. Il traffico. La distanza dall’ospedale. La pratica amministrativa. Il cambio obbligatorio. La coincidenza persa. Quindici minuti qui. Trentacinque lì. Un’ora. Due. Ogni giorno. La povertà urbana è anche questo. Essere costretti a consegnare parti della propria vita a sistemi che altri possono evitare pagando. Il ricco compra velocità. Il povero aspetta. Questa potrebbe essere la definizione più semplice della disuguaglianza urbana. Il denaro compra il diritto di non aspettare.

E allora il titolo. Città Finite, Futuri Infiniti. Suona ottimista. Troppo ottimista. Viviamo, dopotutto, nell’epoca dei futuri infiniti. Ogni settimana ne arriva uno. AI will change everything. La blockchain cambierà tutto. Il metaverso cambierà tutto. Le auto autonome cambieranno tutto. La smart city cambierà tutto. Everything changes. Nothing happens. Il capitalismo contemporaneo è una macchina straordinaria per produrre immagini del futuro mentre neutralizza la possibilità che il futuro differisca socialmente dal presente. 2026. 2027. 2028. Stessi rapporti proprietari. Stessa precarietà. Stessa subordinazione del tempo. Ma le automobili saranno elettriche. Fantastico. La gig economy a emissioni zero. Sfruttamento carbon neutral. Alienazione sostenibile. La fine del mondo, purché ESG compliant.

È questo il rischio che aleggia sul libro. Che i “futuri infiniti” significhino soltanto infinite modalità per preservare meglio l’esistente. Più resiliente. Più efficiente. Più circolare. Più adattivo. Più smart. Capitalism with better drainage. La domanda che incombe è un’altra. Vogliamo rendere questa città capace di sopravvivere? O vogliamo conservare la capacità di produrre una città qualitativamente diversa? Non sono la stessa cosa. La resilienza può essere reazionaria. Il sistema più resiliente è quello capace di assorbire ogni contestazione trasformandola in una nuova feature. Vuoi autenticità? Airbnb. Vuoi comunità? Coworking. Vuoi sostenibilità? Premium subscription. Vuoi libertà? Choose your plan. Basic. Plus. Pro.

E tuttavia Condorelli, soprattutto nella parte finale, trova una via d’uscita sorprendentemente forte. Il futuro non come previsione. Il futuro come capacità. Più precisamente: come possibilità non ancora cancellata. Questa è forse l’idea migliore del libro. Il futuro esiste quando una decisione presente lascia aperta la possibilità di essere modificata. Un’infrastruttura modulare. Uno spazio non saturato. Una procedura correggibile. Un sistema ridondante. Una tecnologia sostituibile. Un’amministrazione che può cambiare rotta senza collassare. Reversibilità. Parola tecnicamente innocua. Politicamente esplosiva. Perché il potere ama ciò che non può più essere disfatto. Il cemento. Il contratto. La concessione. Il debito. La piattaforma proprietaria. Il vendor lock-in. La strada appena costruita. Una volta che abbastanza denaro, istituzioni e abitudini si sono sedimentati intorno a una decisione, arriva la magia. Quella decisione smette di apparire come decisione. Diventa realtà. “Ormai.” Parola terribile. Ormai abbiamo costruito. Ormai abbiamo firmato. Ormai il mercato è questo. Ormai non si torna indietro. Il capitalist realism possiede una grammatica. “Ormai” è uno dei suoi avverbi preferiti.

La reversibilità restituisce la storia a ciò che finge di essere natura. Questa strada non è sempre esistita. Questo quartiere non è nato costoso. Questo servizio non è nato privatizzato. Questa tecnologia non è obbligatoria. Questo modello di mobilità è stato costruito. Qualcuno ha deciso. Altre possibilità sono state eliminate. Il presente è un cimitero di futuri soppressi. Ed è esattamente questo che rende la reversibilità così importante. Non significa indecisione permanente. Significa rifiutarsi di trasformare ogni scelta contingente in destino. Una città democratica dovrebbe poter cambiare idea.

Stranamente, però, la città descritta da Condorelli rimane spesso una città senza inconscio. Sappiamo cosa fanno i cittadini. Sappiamo cosa scelgono. Sappiamo quali incentivi ricevono. Molto meno chiaro è cosa desiderano. E soprattutto chi produce quel desiderio. La teoria dei giochi tende a ricevere le preferenze già confezionate. Io voglio X. Tu vuoi Y. Adesso troviamo l’equilibrio. Ma perché io voglio X? Perché tutti vogliono improvvisamente vivere nello stesso tipo di appartamento? Perché ogni nuova caffetteria sembra la stessa caffetteria? Legno chiaro. Lampadina Edison. Pianta. Laptop. Flat white. Una lavagna che dice GOOD VIBES ONLY. La promessa neoliberale era personalizzazione infinita. Il risultato è una monotonia di precisione industriale. La stessa diversità ovunque.

La città interessante è sempre stata in parte una macchina per produrre ciò che nessuno aveva richiesto. Una biblioteca. Un sottopassaggio. Una sala concerti. Una piazza. Una stazione. Un edificio pubblico inutilmente grandioso. Un programma radiofonico. Una scena musicale nata in un quartiere che nessun algoritmo avrebbe classificato come “creative district”. Il futuro culturale emerge spesso da ridondanze, errori, eccessi, spazi non monetizzati. Esattamente le cose che l’ottimizzazione tende a eliminare. Questo è il punto dove il libro potrebbe essere ancora più spietato con la propria teoria. Una città perfettamente ottimizzata potrebbe essere insopportabile. Niente attrito. Niente eccedenza. Niente fuori programma. Ogni metro quadrato utilizzato. Ogni comportamento previsto. Ogni flusso ottimizzato. Heathrow Terminal 5 esteso alla vita intera.

È qui che la manutenzione torna, stranamente, come concetto quasi utopico. Condorelli insiste sulla manutenzione. Bene. Perché la manutenzione è l’antitesi ideologica della disruption. La disruption ha keynote. La manutenzione ha turni. La disruption ha venture capital. La manutenzione ha magazzini pieni di pezzi di ricambio. La disruption produce fotografie. La manutenzione produce il fatto che domani mattina, quando apri il rubinetto, esca acqua. Non succede niente. Questo è il successo. Una cultura dipendente dall’evento non sa valorizzare il non-evento. Nessun ponte è crollato oggi. Nessuna tubatura è esplosa. Nessuna rete elettrica si è interrotta. Nessuno ha scritto un articolo. Eppure, questa assenza di eventi è la materia concreta della civiltà. Il futuro dipende molto più spesso da qualcuno che stringe un bullone che da qualcuno che “reinventa” qualcosa.

Il capitalismo preferisce costruire. La costruzione può essere finanziata. Inaugurata. Fotografata. Intitolata. La manutenzione è politicamente oscena perché ammette che il tempo esiste. Le cose invecchiano. Si consumano. Richiedono cura. La manutenzione rifiuta la fantasia che il nuovo possa sostituire indefinitamente il deteriorato. Ed è qui che Città Finite, Futuri Infiniti è più radicale quando sembra meno radicale. Non nella AI. Non nella simulazione. Non nelle tecnologie smart. Nel tombino. Nel tubo. Nel pezzo di ricambio. Nel calendario della manutenzione. È difficile vendere una rivoluzione basata sul fatto che il tetto non perde. Forse è proprio per questo che ne abbiamo bisogno.

La vera catastrofe urbana, allora, non è il collasso. È l’adattamento al collasso. Il momento in cui impariamo a vivere peggio abbastanza lentamente da non ricordare più che prima era diverso. Un servizio peggiora del 5%. Poi un altro 5%. Poi un altro. Nessun singolo peggioramento giustifica una rivolta. Vent’anni dopo la città è irriconoscibile. Ma nessuno sa indicare il giorno in cui è successo. Non c’è stato. Questo è il trucco.

“Realismo” è il nome dato alla memoria quando viene sufficientemente accorciata. Non possiamo avere quel servizio. Non possiamo costruire quelle case. Non possiamo finanziare quella rete. Non possiamo ridurre quell’orario. Non possiamo permetterci quello spazio pubblico. Strano. A volte quelle cose esistevano già. Poi sono state rese impossibili. Poi la loro impossibilità è stata presentata come maturità. Crescere significa accettare che non ci sono soldi. Essere seri significa abbassare le aspettative. Essere realistici significa amministrare il declino. La destra e gran parte della sinistra manageriale condividono ormai questa pedagogia della depressione. Non promettono il futuro. Promettono di gestire competentemente la sua assenza.

Condorelli chiude invece su un’altra idea. Rimanere nel gioco. Ma “rimanere nel gioco” funziona soltanto se significa mantenere aperta la possibilità di cambiare gioco. Altrimenti la metafora diventa terrificante. Una partita infinita dalla quale nessuno può uscire. Capitalismo come Hotel California con indicatori di sostenibilità. La questione decisiva non è vincere. Nemmeno sopravvivere. È impedire che il presente monopolizzi le condizioni di ciò che potrà essere pensato domani. Questo è il vero problema dei futuri infiniti. Non quanti scenari possiamo simulare. Quanti futuri siamo ancora capaci di desiderare che non siano semplicemente versioni aggiornate dell’oggi.

Forse la città futura non sembrerà futuristica. Questo sarebbe già un progresso. Niente torri ricoperte di vegetazione renderizzata. Niente taxi volanti. Niente coppie multietniche sorridenti davanti a schermi trasparenti. Niente bambino che indica entusiasta un drone. Forse il futuro assomiglierà a qualcosa di quasi offensivamente ordinario. Il treno arriva. La scuola rimane aperta. La biblioteca non viene trasformata in uno spazio eventi sponsorizzato. L’ospedale dispone di personale sufficiente. L’albero piantato vent’anni fa è ancora lì perché qualcuno ha pensato che anche il 2046 fosse reale. Un algoritmo viene disattivato. Una gara viene annullata. Un’amministrazione dice: ci siamo sbagliati. Un terreno non viene edificato. Qualcosa viene riparato invece di essere sostituito. Un lavoratore torna a casa prima perché una macchina ha davvero risparmiato il suo tempo. Una tecnologia efficiente viene rifiutata perché produce una città peggiore.

Niente di tutto questo sembrerebbe “innovativo”. Bene. Forse innovazione è diventata parte del problema.

Alle 8:06 arriva finalmente l’autobus. Sul display continua a esserci scritto 7:31. Nessuno protesta. Le persone salgono. Tirano fuori il telefono. Il giorno continua. Questo è l’equilibrio. Non perché qualcuno lo abbia scelto. Non perché sia efficiente. Non perché sia giusto. Perché ognuno ha imparato individualmente come sopravvivergli. Ed è probabilmente questo il punto più inquietante che si può ricavare da Città Finite, Futuri Infiniti. Una città può continuare a funzionare molto dopo aver smesso di funzionare. Può sopravvivere attraverso l’adattamento delle persone al suo deterioramento. Può trasformare ogni fallimento in una nuova aspettativa. Può chiamare resilienza la nostra crescente capacità di sopportare ciò che non avremmo dovuto accettare. Finché, un giorno, qualcuno guarda il tabellone. Guarda la strada. Nota che le due cose non coincidono. E invece di correggere la propria aspettativa, commette un gesto molto più pericoloso. Decide di credere ai propri occhi. Da lì ricomincia la politica. E, forse, anche il futuro.

Guido Condorelli

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