“I Puritani” al Bellini International Context: il trionfo del virtuosismo

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Sette recite dal 3 settembre a giovedì 1 ottobre per I Puritani, opera seria in tre atti su libretto di Carlo Pepoli e musica del nostro Cigno.
L’opera è la perla della VI edizione del Bellini International Context, manifestazione che celebra il compositore Vincenzo Bellini con un ricco programma di concerti, opere e appuntamenti culturali.
Il melodramma rappresenta l’ultimo capolavoro teatrale di Vincenzo Bellini e il punto culminante della sua breve ma straordinaria parabola creativa.
A dirigere l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini è Fabrizio Maria Carminati, il maestro del coro è Massimo Fiocchi Malaspina. La regia è affidata a Renato Bonajuto (Assistente alla regia Luigia Frattaroli), autore di un nuovo allestimento scenico, con scene e video di Arcangelo Mazza e costumi di Giovanna Adelaide Giorgianni.
Il cast è composto da interpreti di primo piano.
Nel ruolo di Elvira si alternano Jessica Pratt e Irina Lungu; Lord Arturo Talbo è interpretato da Dmitry Korchak e Valerio Borgioni; per Sir Riccardo Forth si alternano Christian Federici e Janusz Nosek. Sir Giorgio è interpretato da Carlo Lepore e Dario Russo, mentre per Enrichetta di Francia si alternano Anna Pennisi e Sofia Janelidze. Completano il cast Gaetano Triscari nel ruolo di Lord Gualtiero Valton e Marco Puggioni in quello di Sir Bruno Roberton.
In quale momento della vita del grande compositore catanese si pone la genesi dell’opera?
La notte tra il 2 e il 3 novembre del 1801 nasceva a Catania, in un appartamento al primo piano del palazzo Gravina-Cruyllas, da Rosario Bellini e da Agata Ferlito, Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini.
L’ambiente familiare -il padre clavicembalista e soprattutto il nonno, l’abruzzese Vincenzo Tobia, divenuto maestro di cappella del principe Ignazio Paternò Castello – certo aveva contribuito alla formazione musicale di questo ‘bambino prodigio’ che ad appena sei anni componeva Gallus cantavit e, a sette, musiche liturgiche.
Esibirsi nelle case dell’aristocrazia catanese, accompagnato dal nonno, gli avrebbe aperto la strada per ottenere, a diciotto anni, dal Decurionato catanese, un’ambita borsa di studio presso il Real Collegio di Musica di San Sebastiano, a Napoli.
A questo periodo appartengono composizioni di musica sacra, alcune sinfonie d’opera, arie per voce e orchestra.
Ancora si susseguono la sua prima opera, Adelson e Salvini, il primo successo al S. Carlo con Bianca e Fernando(trasformata in Bianca e Gernando per non mancare di rispetto Ferdinando di Borbone), e il suo infelice amore per Maddalena Fumaroli, andato a monte per l’ostilità del padre che non la voleva sposare ad un ‘suonatore di cembalo’.
È del 1827 il suo balzo a Milano – dove risiederà ininterrottamente fino al 1833 – e l’inizio delle sue avventure amorose e dei suoi grandi successi.
Dopo Il pirata 1827), La straniera (1829) per la quale il Decurionato catanese fece coniare una medaglia d’oro (Vincentius Bellini catanensis musicae artis decus, MDCCCXXIX), I Capuleti e i Montecchi (1830), La Sonnambula (1831).
Dopo un insuccesso iniziale -dovuto forse alla vendetta della contessa Giulia Pahalen Samoyloff (abbandonata dal musicista per Giuditta Turina) che sembra avesse pagato il pubblico e la stampa per boicottarla- la Norma (1831) venne poi acclamata a Milano stessa, a Londra e a Parigi.
Bellini meritò anche i complimenti di Verdi: “S’egli non aveva alcune delle brillanti qualità di qualche suo contemporaneo, aveva ben maggiore originalità, e quella tal corda che lo rende tanto caro a tutti, e che nel tempio dell’arte lo colloca in una nicchia ove sta solo… Lode a lui e lode grandissima”.
A Parigi, Bellini fu subito accolto dai circoli culturali specie nel salotto di Cristina Trivulzio, principessa di Belgioioso, da politici, aristocratici e artisti; venne a contatto con Rossini, Chopin, Franz Listz, Luigi Cherubini, Alessandro Dumas e Victor Hugo.
Per Heinrich Heine: «Egli aveva una figura alta e slanciata… Viso regolare… d’un rosa pallido; capelli biondi, quasi dorati… fronte molto alta e nobile; naso diritto; occhi azzurri; bocca ben proporzionata; mento rotondo. I suoi lineamenti avevano un che di vago, di latteo, e in codesto viso di latte affiorava a tratti, agrodolce, un’espressione di dolore».
Nella capitale francese egli cominciava a crearsi quella cornice di cultura internazionale che gli sarebbe servita se solo avesse vissuto più a lungo.
Quando, nel 1833, il poeta tedesco nel salotto parigino della, principessa di Belgioioso, predisse a Vincenzo Bellini che sarebbe morto giovane, non immaginava certo di annunciare una profezia che da lì a poco si sarebbe avverata.
A niente valse la spilla (esposta al Museo Belliniano) che il superstizioso musicista indossava sempre, con un grosso cristallo di rocca e due cornetti di corniola nera.
Arrivato nella capitale francese alla fine dell’estate del 1833, dopo un breve soggiorno londinese dunque il compositore costruì con grande attenzione la propria posizione nel vivace ambiente culturale della città.
Al Théâtre-Italien , il Teatro degli Italiani, comunque andò in scena la sua ultima opera, I Puritani, su libretto di Carlo Pepoli, letterato e politico di primo livello in quegli anni Trenta dell’Ottocento cui il nostro compositore chiedeva che il dramma per musica dovesse «far piangere, inorridire, morire cantando».
La morte improvvisa di Vincenzo Bellini, il 23 settembre 1835, per una vecchia infezione intestinale amebica, suscitò addirittura il sospetto di avvelenamento ad opera di un marito tradito, Samuel Lewys, di cui il compositore era ospite nella villa di Puteaux.
Quarantuno anni dopo, la salma di Bellini fu traslata a Catania, dove riposa nella Cattedrale.
All’annuncio della morte di Vincenzo Bellini i Catanesi intervennero, vestiti a lutto, alla rappresentazione della Norma, che applaudirono piangendo.
“Ah! non credea mirarti / Sì presto estinto, o fiore.
Bellini aspirava ad una drammaturgia capace di aderire pienamente alla sensibilità romantica del tempo.
E attraverso la sua straordinaria linea melodica ottenne un’opera, I Puritani, in cui si intrecciano passioni, conflitti politici, follia e redenzione.
L’opera nacque dunque all’epoca del soggiorno parigino del compositore e debuttò il 24 gennaio 1835. Il successo fu immediato come racconta lo stesso Bellini nei suoi Carteggi, scrivendo allo zio Vincenzo Ferlito : «Mio caro zio, mi trovo all’apice del contento! Sabato sera è stata la prima rappresentazione dei Puritani: ha fatto furore che ancora ne sono io stesso sbalordito…Al mio sortire, tutte le signore applaudirono sventolando i loro fazzoletti e gli uomini agitando i cappelli in aria».
Una settimana dopo quel debutto, Bellini avrebbe ricevuto le insegne e il collare di Cavaliere della Legion d’onore, riconoscimento prestigiosissimo che oggi fa parte del tesoro di Sant’Agata a Catania.
Ma veniamo all’opera.
La tragica fine di Carlo I Stuart decapitato nel 1649 aveva posto fine alla I Rivoluzione Inglese che aveva visto contrapporsi in una guerra, non solo politica ma anche civile, i puritani, le cosiddette teste rotonde, per il taglio corto dei capelli, seguaci di Cromwell e i cavalieri, i soldati fedeli alla dinastia Stuart.
Questo evento sconvolse le coscienze europee: si era osato decapitare un re, un unto del Signore.
La meditazione filosofica avrebbe aperto la strada alle possibili precauzioni affinché tale delitto non si ripetesse ( ma si ripeterà per Luigi XVI ). Leibniz avrebbe teorizzato il rafforzamento dell’assolutismo, Locke la separazione dei poteri.
Ricordiamo la trama.
Nella fortezza puritana di Plymouth, capitanata da Gualtiero Valton, si preparano le nozze tra la figlia del governatore, Elvira, e Arturo Talbo, cavaliere e pertanto sostenitore degli Stuart. Sir Riccardo Forth intanto si dispera per il fallimento della promessa di matrimonio con Elvira a favore di Arturo amato dalla fanciulla. Questi, al contempo scopre che una misteriosa prigioniera, che si rivelerà essere Enrichetta Maria di Francia, vedova del decapitato re Carlo I, rischia la condanna a morte. Combattuto tra l’onore per la patria e l’amore per Elvira, per salvarla Arturo finge che sia la sua sposa coprendola con il velo nuziale di Elvira. Questa, addolorata, vedendo Arturo fuggire con un’altra donna impazzisce aggirandosi nel castello e invocando Arturo, che intanto è condannato a morte in contumacia per alto tradimento. Giorgio (zio di Elvira) cerca di convincere e di rappacificare le due fazioni per risparmiare la vita ad Arturo, ed evitare la morte di Elvira.
Quando Arturo torna segretamente a Plymouth per rivedere Elvira e spiegarle l’accaduto, la donna, alla sola voce del suo amato riacquista il ben dell’intelletto. Ma ormai il suo Arturo è stato scoperto, arrestato dai soldati puritani e condannato alla pena capitale.
Giunge però la notizia dell’amnistia e della sconfitta degli Stuart.
Lieto fine con il perdono generale e l’unione felice tra Arturo ed Elvira..
Ambientata dunque nell’Inghilterra del Seicento, durante la guerra civile tra i sostenitori dei Puritani e i seguaci degli Stuart, l’opera mette al centro la tormentata storia d’amore tra Elvira e Arturo.
Il destino dei due giovani viene sconvolto dalla decisione di Arturo di mettere a rischio la propria vita per salvare Enrichetta di Francia ( Figlia di Enrico IV e moglie di Carlo Stuart), destinata al patibolo. Elvira, convinta di essere stata abbandonata, precipita nella follia in una scena che rappresenta uno dei vertici assoluti del belcanto e della scrittura vocale belliniana.
Il lieto fine restituisce ai protagonisti la possibilità della riconciliazione e della felicità, aprendo i cuori a nuove speranze. La modernità dell’opera infatti consiste nell’equilibrio tra dolore e speranza.
L’allestimento proposto a Catania insiste sull’intreccio tra regia, scene, video e costumi che concorre a costruire una dimensione scenica capace di valorizzare il rapporto tra microstoria e macrostoria.
La direzione di Fabrizio Maria Carminati, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Massimo Bellini, accompagna un cast di interpreti specializzati ad affrontare una delle partiture più raffinate e virtuosistiche dell’intero teatro musicale di un Bellini che si distingue rispetto ai compositori coevi e nello stesso tempo è orientato verso il futuro.
È onorato anche per la direzione di un cast internazionale di altissimo livello.
È grato al teatro Metropolitan che li ospita ma che non è certo il Massimo Bellini per cui è stato necessario creare espedienti per sottolineare il contesto tradizionale in cui si cerca di dare potenza alle parole. Lo spazio a cui non è abituato ha comportato degli escamotages , interviene il regista Bonajuto, anche con l’aiuto dello scenografo Arcangelo Mazza e della costumista Giovanna Adelaide Giorgianni e insistendo ancora una volta sull’importanza della parola.
Dopo Bellini, conclude, è nato un senso nuovo.
Anche Jessica Pratt si è dimostrata disponibile sottolineando quanto le sia caro il personaggio di Elvira che interpreta dal 2008. Lei si immedesima profondamente nel dolore che può portare alla follia alla vista del suo uomo che (‘apparentemente’) fugge con un’altra donna. Non facile immergersi nell’atmosfera seicentesca ma soprattutto restare fedele a quella linea belliniana in cui il suono si modula ma non si interrompe.
Fragorosi applausi a scena aperta rivolti all’orchestra, ai cantanti, al coro, ma soprattutto al soprano dalla magica voce capace di raggiungere le punte più alte del virtuosismo.
Con I Puritani, il Bellini International Context celebra dunque non soltanto il genio di Bellini, ma il legame indissolubile tra il compositore e la sua città natale, riportando a Catania un’opera che, a quasi due secoli dal debutto parigino, continua a rappresentare una delle massime espressioni del melodramma romantico.

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

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