Un’analisi che travalica la cronaca del momento: la crisi del diritto internazionale, la natura del potere e la responsabilità delle coscienze nella lezione civile di Catania.
Dalla presentazione del libro “La luce del risveglio” di Francesca Albanese con gli interventi di Roberto Scarpinato e le letture dell’attrice Alice Ferlito (Catania, Piazza Federico di Svevia)
Dalla Palermo dei veleni al buio di Gaza: la metamorfosi di due “risvegliati”
Il racconto del traumatico passaggio dalla certezza degli schemi di comodo alla dura realtà del potere: dalle indagini sui colletti bianchi nell’antimafia di Palermo fino alla folgorazione della tragedia palestinese.
Esiste un filo conduttore profondo e strutturale che lega la cultura dell’antimafia militante ai movimenti internazionali di resistenza contro l’apartheid e le violazioni dei diritti umani. Non si tratta solo di un comune linguaggio di giustizia, ma dell’adozione del medesimo metodo rigoroso: analizzare il crimine come fenomeno complesso, dotato di una propria infrastruttura, di complicità istituzionali e di una vocazione alla normalizzazione. Quando Roberto Scarpinato e Francesca Albanese si sono incontrati a Palermo un mese prima di salire sul palco di Piazza Federico di Svevia a Catania — in una serata aperta e scandita dalla lettura di alcuni brani intensi del volume affidati all’attrice Alice Ferlito — non si sono semplicemente conosciuti: si sono riconosciuti. Entrambi hanno condiviso la stessa dolorosa parabola esistenziale, quella di chi per lunghi anni ha avuto la realtà sotto gli occhi senza riuscire a decifrarla fino in fondo, condizionato da schemi mentali, pregiudizi rassicuranti e narrazioni propinate dal potere.
Per spiegare cosa significhi passare dall’ombra della consuetudine alla luce del risveglio, l’ex magistrato del pool antimafia è ritornato all’inizio della propria storia. Entrato in magistratura nel 1977, prima di trasferirsi a Palermo Scarpinato era convinto di sapere cosa fosse la mafia attraverso la letteratura specialistica. Ma il contatto diretto con la realtà, al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli dimostrò che fino a quel momento non aveva capito quasi nulla. La sua mente vedeva soltanto la superficie più appariscente del fenomeno: la criminalità dei boss di strada, personaggi come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano o Nitto Santapaola, uomini che faticavano a esprimersi in un italiano corretto. La narrazione dominante voleva che la mafia fosse riducibile a questo e che le complicità nel mondo dei colletti bianchi fossero solo l’eccezione, qualche mela marcia in un gregge altrimenti immacolato.
Il risveglio per Scarpinato è stato graduale e traumatico. Indagando sui delitti politici di Santi Mattarella, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, ricostruendo le stragi di Capaci, Via D’Amelio e del 1993, e seguendo le rotte del riciclaggio internazionale, il magistrato si è ritrovato lontano dai covi di campagna. Le impronte degli assassini lo hanno condotto direttamente nelle stanze dei consigli di amministrazione delle banche, nelle sedi delle multinazionali, nei palazzi dei servizi segreti, tra i banchi del Parlamento e alla Presidenza del Consiglio. La luce della conoscenza si è rivelata un trauma indelebile: prendere atto che i criminali più spietati non erano i soldati di mafia, ma persone appartenenti alla sua stessa classe sociale, cresciute nelle stesse scuole e frequentatrici delle stesse chiese, pronte a edificare potere e ricchezza armando la mano dei killer e depistando le indagini.
In questa medesima spaccatura cognitiva si colloca la biografia di Francesca Albanese. Per anni la giurista ha condotto l’esistenza di una studiosa rigorosa e impegnata sul fronte dei diritti umani, integrata nel sistema e mai considerata dalle istituzioni come un elemento pericoloso. Poi è arrivata la svolta, descritta a pagina 244 del volume: la Palestina è stata la luce violenta che ha spazzato via ogni filtro, costringendola a vedere ciò che prima era rimasto nascosto.
Come documentato nel libro e richiamato dalle letture sul palco di Alice Ferlito, quanto accade in Palestina non nasce dal nulla, ma affonda le radici nella colonizzazione predatoria iniziata già nella seconda metà degli anni ’30 sotto il mandato britannico, proseguita con espropri, massacri e decenni di oppressione. L’Occidente ha scelto a lungo di non vedere, anestetizzato dalla narrazione che dipingeva i palestinesi unicamente come terroristi e protetto dal filtro concettuale che considerava gli ebrei unicamente come le vittime storiche dell’Olocausto, rendendo inconcepibile che chi era stato vittima potesse trasformarsi a sua volta in autore di un genocidio. L’incontro sul palco catanese ha segnato la saldatura tra due percorsi di verità: la dimostrazione che il risveglio, per quanto traumatico, rappresenta l’unico punto di partenza per spezzare l’impostura del potere.
Il laboratorio Gaza e l’economia della strage: quando la violenza diventa un affare
Dalle teorie sulla banalità del male fino alle speculazioni dei mercati finanziari: come il massacro si è trasformato in un lucroso investimento globale e nel nuovo modello della politica estera.
Con l’escalation militare iniziata nel 2023, la tragedia della Striscia di Gaza ha segnato un drammatico passaggio di fase. Ciò che in passato il potere compiva dietro le quinte, protetto dal velo delle apparenze, oggi viene perpetrato alla luce del sole. Gaza si è trasformata in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto in cui il colonialismo occidentale si mostra nella sua forma più nuda, con l’obiettivo di testare fino a che punto l’opinione pubblica globale sia disposta ad assuefarsi all’orrore e a sopportare la sistematica violazione di ogni confine etico e giuridico.
Questo passaggio di fase ha rappresentato un’operazione di verità involontaria, costringendo il sistema di potere americano e israeliano, insieme alla rete di complicità dei vassalli europei, a gettare la maschera. Come sottolineato da Scarpinato e ribadito da Albanese, la distruzione di Gaza non è stata un’esplosione irrazionale condotta da minoranze estremiste, ma un piano lucidamente programmato e deciso dai massimi vertici dello Stato con un vasto consenso popolare. Riemerge così la terribile lezione di Hannah Arendt all’indomani dell’Olocausto: il male non è un’anomalia esterna o la follia di pochi gerarchi, ma un fenomeno che si insinua nella società ottenendo un’adesione di massa.
Accanto alla matrice politica, l’analisi condotta a Catania ha portato alla luce il livello più profondo della complicità: il potere economico. La carneficina di Gaza si è rivelata un immenso affare finanziario. Mentre la Striscia veniva rasa al suolo, gli investimenti di capitale nel settore aerospaziale e militare israeliano hanno registrato un incremento del 143%. I titoli di Stato hanno preso il volo e i grandi fondi d’investimento internazionali, a partire da colossi come BlackRock, hanno pompato risorse su scala globale dentro l’economia della strage. Allo stesso tempo, le imprese di demolizione e gli speculatori immobiliari già pianificano la trasformazione delle macerie di Gaza in futuri villaggi turistici per facoltosi acquirenti esteri.
A questo si aggiunge la responsabilità diretta delle aziende di casa nostra: imprese a partecipazione statale come Leonardo SpA continuano a fornire mezzi, servizi e supporto logistico ad apparati militari impegnati in operazioni sanzionate dal diritto internazionale. Ci troviamo così di fronte a una vera e propria mafiosizzazione del potere su scala geopolitica. Il diritto internazionale non regola più i rapporti tra gli Stati, sostituito dalla brutale cultura del clan: chi appartiene alla rete del capo gode di totale protezione e impunità, mentre chi ne rimane fuori viene privato di ogni diritto e può essere annientato. È il metodo mafioso applicato alla governance globale, un sistema fondato sull’intimidazione, sulle ritorsioni economiche e sulla minaccia della forza armata per appropriarsi delle risorse altrui. Un racket acropolitico che impone l’obbedienza cieca e che punisce qualunque tentativo di dissenso.
Le sanzioni all’Onu, le leggi ad personam e il silenzio di Roma e Bruxelles
L’impotenza delle istituzioni internazionali, l’attacco ai giudici dell’Aja e la repressione del dissenso all’interno dei confini nazionali.
Di fronte alla voragine aperta dalla tragedia palestinese, il secondo grande trauma collettivo è stato prendere atto della totale impotenza e della palese complicità delle istituzioni internazionali. Il diritto si è dimostrato incapace di fermare la violenza, mentre gli organismi sovranazionali, a partire dall’Unione Europea, si sono scoperti del tutto subalterni alle logiche di forza imposte dagli Stati Uniti e da Israele.
La reazione del potere verso chi ha provato a far rispettare la legalità internazionale è stata spietata. Quando la Corte Penale Internazionale dell’Aja ha osato emettere mandati di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti dei vertici israeliani, la risposta americana è arrivata sotto forma di sanzioni durissime applicate sia ai magistrati della Corte sia a Francesca Albanese. Un blocco dei conti, dei canali di comunicazione e della libertà di circolazione a cui l’Unione Europea avrebbe potuto opporsi attivando il regolamento di blocco del 1997, uno strumento nato per sterilizzare l’efficacia di sanzioni extraeuropee all’interno del continente, ma che è stato colpevolmente lasciato inutilizzato.
Ancora più severa è stata l’analisi rivolta all’operato del governo italiano. Di fronte all’applicazione di ritorsioni ed estorsioni ai danni di una cittadina italiana che stava svolgendo il proprio dovere per conto delle Nazioni Unite, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è rimasto in silenzio. Uno stridente contrasto rispetto all’accoglienza trionfale riservata a figure condannate all’ergastolo all’estero come Chicco Forti. Lo stesso atteggiamento di totale arrendevolezza si è registrato di fronte ai fermi illegittimi, alle violenze e alle umiliazioni subite in acque internazionali da cittadini e attivisti italiani a bordo delle imbarcazioni umanitarie, derisi persino da alte cariche dello Stato come cacciatori di notorietà.
Questa stessa strategia punitiva viene applicata all’interno dei confini nazionali per soffocare chi ricerca la verità. Scarpinato ha ricordato la propria esperienza personale, con la campagna di fango e l’approvazione di una legge ad personam confezionata per estrometterlo dalla Commissione Antimafia sotto la falsa accusa di conflitto di interesse. Allo stesso modo, per silenziare il movimento di resistenza civica, le istituzioni intervengono con sanzioni, fermi di polizia e direttive ministeriali volte a impedire persino la discussione dell’attualità nelle scuole e nelle università, arrivando a criminalizzare il dissenso e a bollare come antisemitismo qualsiasi critica rivolta alle azioni dello Stato d’Israele.
“La Palestina sta salvando noi”: la piazza di Catania e l’orizzonte di una nuova Norimberga
La riscoperta della politica dal basso, la scelta etica di fronte agli oppressi e la richiesta di un tribunale internazionale per i crimini di guerra.
Nonostante l’impiego di risorse e apparati repressivi, la mobilitazione di massa ha inceppato ingranaggi che il potere considerava inalterabili. Le letture di Alice Ferlito hanno ridato voce alle pagine centrali del testo dell’autrice, dove si sottolinea un paradosso profondo (pagina 203): volevamo salvare la Palestina, ma è la Palestina che sta salvando noi. Gaza ha funzionato come uno specchio spietato. Guardando l’orrore inflitto al popolo palestinese, milioni di persone in tutto il mondo hanno visto riflessa la degenerazione della propria democrazia, la menzogna dei media tradizionali e l’ipocrisia delle istituzioni occidentali.
La volontà di schierarsi a difesa di Gaza ha costretto i cittadini a fare i conti con i propri governi. Di fronte al tradimento dei valori etici fondativi, le persone comuni hanno deciso di riprendersi la politica dal basso, scendendo nelle piazze e mettendo i propri corpi a interposizione tra gli assassini e le vittime, si trattasse di cortei stradali o dei ponti delle navi dirette verso i blocchi navali. Un’attivazione collettiva che ha mostrato al potere l’unica cosa che teme davvero: la perdita di consenso e la minaccia concreta di essere sfiduciato dalle masse.
L’incontro si è avviato alla conclusione rievocando un ricordo personale di Roberto Scarpinato, risalente a un’indagine sul riciclaggio internazionale condotta anni fa a Buenos Aires. All’ingresso di una piccola chiesa argentina, un cartello rivolgeva ai passanti una domanda disarmante nella sua semplicità: “Il mondo si divide tra oppressori e oppressi: tu cristiano che stai per entrare, da che parte stai?”. Un interrogativo che dopo la tragedia di Gaza diventa una chiamata diretta alla responsabilità di ciascuno.
La domanda interpella direttamente i giornalisti, chiamati a scegliere se continuare a fare da cassa di risonanza alle veline del potere o schierarsi dalla parte degli oppressi, rischiando la propria carriera o persino la vita come i duecentocinquanta cronisti uccisi sul campo in Palestina. Interpella i giudici e i giuristi, posti di fronte al bivio tra una professione tranquilla e il dovere di incriminare i potenti a costo di ritorsioni personali. Interpella, infine, ogni singolo cittadino, chiamato a vincere la tentazione della rassegnazione e l’illusione dell’impotenza. È solo restando uniti, scendendo nelle piazze e trasformando la consapevolezza in azione politica che il popolo può rovesciare i rapporti di forza e fare paura a chi governa, trasformando il risveglio delle coscienze nell’auspicio concreto di una nuova Norimberga per Israele, affinché tutti i responsabili dei crimini di guerra vengano finalmente condotti ed esaminati davanti ai tribunali internazionali.


