Catania, il masterplan di Marco Casamonti non convince

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La storica e mai rimarginata ferita urbanistica di corso Martiri della Libertà a Catania torna al centro del dibattito cittadino dopo la presentazione in aula consiliare del nuovo masterplan firmato dall’architetto Marco Casamonti. La proposta, subentrata al vecchio disegno dell’architetto Mario Cucinella ormai accantonato insieme alle passate opzioni legate al commercio al dettaglio, tenta ancora una volta di ricucire il vuoto lasciato dallo sventramento dello storico quartiere di San Berillo risalente agli anni cinquanta. Occorre però ricordare con chiarezza un elemento sostanziale: l’intervento non è un’iniziativa pubblica del Comune di Catania, bensì un progetto interamente privato avanzato dai nuovi gruppi proprietari dell’area, i quali si muovono all’interno di una convenzione con la pubblica amministrazione. Il piano prevede la nascita di complessi alberghieri di lusso, una concert hall polifunzionale da tremila posti per grandi eventi e vari spazi verdi; tuttavia, la diffusione dei render e delle immagini ufficiali ha incontrato un’accoglienza fredda e ricca di perplessità da parte dei cittadini e del popolo dei social network.
Le reazioni della piazza e degli osservatori locali si sono focalizzate in modo severo sulle scelte formali e volumetriche adottate. In molti hanno evidenziato come le linee rigide e i blocchi squadrati restituiscano un impatto visivo pesante, richiamando l’architettura austera e claustrofobica di un complesso penitenziario o di una struttura carceraria. A questo si aggiungono motivi ornamentali e volumetrici con citazioni dal gusto vagamente arabo che, secondo i critici, risultano troppi e poco coerenti con l’identità visiva della città, da sempre scandita dal barocco e dalla forza della pietra lavica. La sensazione diffusa è quella di un disegno dominato da troppi quadrati geometrici e da un’impostazione calata dall’alto che poco rispecchia la sensibilità e la memoria storica del luogo. Proprio in virtù della natura privata dell’operazione e dell’impatto cruciale che essa avrà sul cuore del capoluogo etneo, da più parti si solleva una riflessione: sarebbe stato opportuno e auspicabile coinvolgere e visionare anche i progetti e le visioni degli architetti catanesi e dei professionisti del territorio. La conoscenza profonda del tessuto sociale, della luce, dei materiali e delle dinamiche urbane locali da parte dei progettisti della città avrebbe potuto offrire soluzioni estetiche e funzionali decisamente più armoniose e identitarie rispetto a firma esterne, promuovendo un reale concorso di idee radicato nelle energie intellettuali del posto.
A questa critica sull’identità e sul coinvolgimento locale si affianca il tema cruciale dei tempi di realizzazione. Un orizzonte che stimi ancora diversi anni per l’esecuzione dei cantieri appare distante dalla realtà contemporanea, dove la digitalizzazione, la modellazione informatica avanzata e l’evoluzione delle abitudini sociali trasformano le esigenze urbane con rapidità estrema. In un’era in cui la progettazione computazionale, i moduli prefabbricati ad altissima tecnologia e le più recenti tecniche dell’edilizia industrializzata permettono di erigere strutture complesse in tempi ridottissimi, accettare cronologie lente è una debolezza. Trattandosi di un investimento privato ad alto valore strategico, la priorità oggi dovrebbe essere quella di adottare le tecnologie costruttive più innovative per velocizzare al massimo i lavori, evitando che l’opera nasca già obsoleta e restituendo in tempi rapidi a Catania uno spazio moderno, efficiente e rispettoso del suo patrimonio intellettuale.

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