Per la cancelleria della Curia Arcivescovile di Catania è Monsignor Mario Torracca, per tutti semplicemente Don Mario.
Il suo volto è quello di un uomo che ha visto tanta sofferenza ma non vi ha mai fatto l’abitudine, nonostante, nei ventisei anni trascorsi all’ospedale Cannizzaro come cappellano, ne abbia vista scorrere a fiumi.
I suoi occhi sono chiari, non perché azzurri, ma perché sono stati tanto immersi nel buio, esercitando il mandato di pastorale esorcistica conferito dal Vescovo, da aver imparato a trattenere solo la luce.
Non fissano, accolgono.
Non giudicano, attraversano lentamente per vedere le ferite; non per farne inventario ma per lenirle con il balsamo della vicinanza e il terapeutico unguento della tenerezza.
È specializzato in Cardiologia ma negli anni trascorsi prestando servizio nelle milizie della consolazione e scendendo nei tortuosi gironi dell’anima – con Gesù come guida e accompagnatore – ha acquisito alte competenze per partorire nel cuore uomini e donne che rimette al mondo con inestinguibile pazienza e infinito amore, impermeabile ad ogni difficoltà.
Il suo cuore, in perenne fioritura d’amore, è popolato da una sterminata città di nomi – molti dei quali appartenenti a Gerasa, la comunità di preghiera da lui fondata – che non solo sfama con il Pane del Cielo ma ne alimenta la bocca del cuore con la Parola che sazia e ristora, auscultandone i battiti come preghiere e setacciando con minuziosa accuratezza i sedimenti che ostruiscono e arginano la gioia impedendo di gustarla pienamente.
Non è mai stato un turista nel dolore, né per paura è mai sceso a patti con il male, ma ha sempre aiutato tutti coloro che hanno smarrito la speranza a ritrovare la strada di casa, perché ogni sua diagnosi ha una prognosi firmata dalla fiducia che quieta i singhiozzi dell’anima.
In ogni pagina della sua agenda è annotata la parola ascolto, non come promemoria ma come vocazione.
Un ascolto che non è educazione ma liturgia.
Don Mario non ascolta come ascoltiamo noi che, aspettando di rispondere, facciamo finta di ascoltare mentre già prepariamo la frase successiva.
Lui no. Lui ascolta senza prescrivere ricette, senza voler subito guarire e senza mai interrompere;
anche quando l’altro si incarta, si contraddice, si vergogna, dice cose enormi e poi subito le minimizza.
Lui lascia che il silenzio faccia il suo lavoro, perché ha imparato sul campo che la verità non arriva subito ma dopo due o tre silenzi che scavano nell’anima tunnel profondi che riconducono alla luce.
Arriva quando l’altro finalmente ha il coraggio di proferire la frase che era venuto a non dire.
Don Mario da 26 anni fa “miracoli” così, solo con l’ascolto, perché sa che le parole non ascoltate marciscono, diventano veleno che avvelena.
Il suo ascolto è uno spazio dove le ferite tornano a respirare, dove la solitudine che imprigiona, da condanna inoppugnabile diventa occasione di incontro, e l’umana fragilità il più sacro e sfolgorante degli altari.
La sua non è un’agenda; è un rosario da sgranare.
Ogni pagina è un grano che attesta la sua incondizionata presenza e la sua dolcemente ostinata permanenza nel dolore che affligge e attanaglia, in cui ha piantato una tenda che non intende abbandonare, perché fermamente convinto che il male vince solo quando non restiamo.
Quando non restiamo accanto al letto di un malato, in un matrimonio stanco, nel quartiere che tutti lasciano.
Il male non ha mai comprato casa.
È un abusivo.
Non suona il citofono, non sfonda porte ma le scardina piano.
Sovente entra dalle finestre che lasciamo aperte, quelle dei “tanto non cambia niente”, dei “non sono affari miei”, dei “dopo ci penso”, dei ” nessuno ti vedrà”.
Arriva in punta di piedi, senza forcone, ben vestito ed educato, sussurrando con voce raffinata e seducendo con eleganza.
Non ti fa sporcare le mani, te le lascia vuote.
Vuote di carezze, vuote di pane, vuote di abbracci.
Il male si è sempre insinuato nel mondo come nebbia che sale lenta dal basso, come ruggine che mangia piano il ferro, come un nome cancellato con la gomma dell’indifferenza; ma Don Mario, con le sue doti da fine giurista del buon Dio, lo sfratta quotidianamente con risoluta abilità, senza mai consegnare gli occhi alla cecità o la coscienza al subdolo compromesso, forte del fatto che il suo contratto è scaduto sulla Croce e l’unica clausola che vale è vincerlo con il bene.
Essendo avvezzo a mappare territori che non si vedono, Don Mario sa bene che il suo avversario non ha preferenze urbanistiche da eleggere a domicilio.
Abita volentieri nei loft dei potenti, nei cuori dei tiepidi come anche nei bilocali di chi ha smesso di sperare.
Abita nel “vediamo” che uccide il “subito”; nel “parliamone domani” che seppellisce l’oggi; nel “non è colpa mia” che lascia solo chi cade.
Abita nelle guerre con nomi puliti; nel rumore che copre il pianto; nelle ingiustizie su cui viene apposto il timbro; nelle stanze dove la porta del perdono non si apre più da anni; nelle notti che iniziano già al sorgere del sole; nei silenzi di chi ha visto e ha girato la testa, quelli che pesano più delle pietre e sono più dolorosi dei calcoli renali, perché ritornano improvvisi come la febbre e le maree.
Sant’Agostino diceva che il male non è sostanza, ma buio e mancanza.
È freddo dove manca il fuoco.
È fame dove manca il pane.
È assenza che si traveste da presenza.
Il male infatti non crea, deturpa.
Prende una storia e le strappa le pagine.
Prende un volto e gli cancella il nome.
Prende un amore e lo chiama dipendenza.
Don Mario è abile nel geolocalizzare l’indesiderato inquilino e dopo averlo cacciato raccoglie i cocci delle storie e realizza un mosaico di inimitabile bellezza.
Perché alla fine, quando il mondo chiuderà i libri contabili, non leggerà il numero delle ferite, leggerà il numero delle volte che qualcuno è rimasto; che qualcuno ha riacceso la speranza; che qualcuno ha amato fino alla fine “ripubblicando” ricordi sepolti dal tempo.
Don Mario entra senza esitazione nei ring dei cuori, dove il bene e il male fanno a pugni, per aiutare a discernere la voce che schiaccia da quella che rialza, quella che divide da quella che chiama per nome.
Far finta che il male non esista è come regalargli un’altra stanza in cui accomodarsi.
Il male non ha bisogno di essere cattivo, gli basta essere indifferente.
Ti lascia vivere ma non ti fa esistere, lasciando intatto l’abisso tra te e l’altro.
Il disamore non nomina, non conta, non tocca.
Scavalca come si fa con una pozzanghera o con un sacco di immondizia, perché difetta dei tre verbi senza cui si scavano inferni nella nostra vita, ovvero vedere, fermarsi e toccare.
L’antidoto al male per Don Mario non è essere perfetti, non è non sbagliare mai, ma partecipare all’esistenza degli altri.
Quando Dio ama, compie gesti umani.
Quando l’uomo ama, compie gesti divini.
Questo è l’esorcismo più potente e più forte di tutto il male del mondo; perché il male si nutre di distanze e l’amore vive di vicinanze.
Il male ti dice: chiudi la porta.
Dio ti dice: apri le braccia.
E in quell’abbraccio, l’intero Inferno si prosciuga.
L’amore – quello puro che si dona senza chiedere, quello che trema e scivola dentro, quello che si tuffa nel presente e ti fa riemergere nella rugiada di un domani che profuma di eternità – quell’amore è l’unico esorcismo che funziona.
La vita non è una passeggiata nel parco, è un ring dove si impara a restare in piedi amando.
Quattro corde tese tra cielo e terra.
Un quadrato di luce tagliato nel buio, dentro cui, prima o poi, entriamo tutti;
senza scegliere l’avversario e senza scegliere il round.
Con addosso solo la pelle, il nome, e il battito del cuore che sale in gola.
Ma proprio quando sentiamo di non farcela Dio si china, ci passa l’acqua e con mano forte e tenera- come solo quella di un Padre sa esserlo – ci stringe i lacci dei guantoni e ci sussurra con ferma convinzione di riprovarci, perché cadere è umano e insegna a volare, ma restare a terra è una scelta.
Intorno al cuore orbitano promesse, sirene e amori che bruciano con silenzi e assenze che spingono ad arrendersi ma Don Mario con caparbia ostinazione invita a non mollare e a suon di preghiere stende il rivale e lo mette sempre
knock-out.

