Catania, il paradosso delle due ruote

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A Catania mancano alberi, ombra e parchi, ma si spendono fondi pubblici per colate di cemento e strisce colorate destinate a pochi intimi. L’analisi del malcontento cittadino e i dati reali che bocciano la narrazione ecologista a tutti i costi.
A Catania la mobilità sostenibile è diventata un dogma ideologico scollegato dalla realtà. L’ossessione per la costruzione di piste ciclabili a tutti i costi sta trasformando la viabilità urbana in un percorso a ostacoli, sollevando una forte ondata di dissenso tra i residenti. I dati demografici e le caratteristiche geografiche della città descrivono un fallimento annunciato: Catania non è Bologna, non è una città pianeggiante ed è storicamente soggetta a temperature estive che sfiorano i 44 gradi. Progettare lo sviluppo urbano ignorando l’orografia e il clima significa sprecare denaro pubblico in opere destinate a rimanere deserte.

Il fulcro del problema: la carenza di educazione stradale e il falso mito dei cordoli

L’errore strutturale alla base di questa transizione forzata risiede in una totale incomprensione di cosa renda una città davvero moderna e sicura. In una società autenticamente civile ed educata, la necessità stessa di tracciare barriere fisiche o piste ciclabili segregate svanisce. La sicurezza di chi si muove non dipende dal cemento aggiunto sulla carreggiata, ma dal senso civico, dal rispetto reciproco e dall’autoregolazione degli utenti della strada.
Se gli automobilisti, i motociclisti e i pedoni guidassero in modo non pericoloso, rispettando i limiti di velocità, le distanze di sicurezza e i diritti dei soggetti più vulnerabili, la convivenza sulla stessa carreggiata sarebbe non solo possibile, ma del tutto naturale. Una città evoluta non ha bisogno di “recinti” protettivi per i ciclisti; ha bisogno di cittadini consapevoli. Separare fisicamente i flussi di traffico con cordoli e strisce colorate non è un segno di progresso, ma la certificazione di un fallimento culturale: significa arrendersi all’inciviltà stradale, preferendo spendere fondi pubblici per blindare pezzi di strada anziché investire in controlli rigorosi, sanzioni e percorsi educativi che insegnino il rispetto delle regole del codice della strada. Chi vuole andare in bicicletta, in una comunità matura, dovrebbe poterlo fare ovunque, in totale sicurezza, contando semplicemente sulla guida prudente e civile di chi lo circonda.

Il flop dei numeri e l’errore dei bandi

Il presupposto secondo cui la bicicletta possa diventare un mezzo di trasporto di massa per i catanesi si scontra con la realtà quotidiana. Una fetta consistente della popolazione cittadina, per questioni anagrafiche (con un’età media che supera i 45 anni e un forte indice di vecchiaia) e di sforzo fisico, non è nelle condizioni di utilizzare le due ruote come alternativa all’auto. La bicicletta non è un mezzo veloce, non permette di spostare interi nuclei familiari e perde qualsiasi attrattiva sotto il sole cocente.
Nessun amministratore ha mai pensato di installare una conta biciclette all’inizio dei percorsi dedicati per verificare il reale flusso degli utenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: corsie vuote anche nelle ore di punta. Se si analizzasse il mercato locale, monitorando i dati reali sulle vendite e sulle riparazioni delle biciclette in città, si scoprirebbe che l’esigenza di ridurre le carreggiate stradali per far spazio alle due ruote semplicemente non esiste. Le piste ciclabili attuali, nate spesso per intercettare finanziamenti europei vincolati e specifici, si sono rivelate interventi non indispensabili e non fruibili dalla totalità della cittadinanza.

Errori di progettazione e il caso di via Cristoforo Colombo

Le critiche dei residenti si concentrano anche sulla qualità e sulla logica di questi interventi. In via Cristoforo Colombo, ad esempio, la pista ciclabile ha ridotto la carreggiata stradale inserendo una piantumazione di alberelli disposta in modo paradossale: la vegetazione è stata posizionata sul lato interno, verso le abitazioni, facendo ricadere l’ombra sugli edifici anziché proteggere dal sole gli eventuali ciclisti in transito. Un intervento che dimostra una totale mancanza di pianificazione e di studi di fattibilità adeguati.
Anche i tentativi di modifica su assi storici e panoramici come il Passiatore hanno sollevato forti polemiche. Molti cittadini sottolineano come queste aree fossero già perfettamente fruibili dagli amanti delle due ruote senza la necessità di inserire cordoli, barriere o strisce zebrate che spesso finiscono per diventare aree di sosta abusiva per autobus e camion, peggiorando la sicurezza generale e congestionando il traffico veicolare, con il conseguente aumento dell’inquinamento atmosferico.

La vera priorità: una transizione verde e parchi alberati

La richiesta che emerge con forza dal tessuto urbano non è quella di avere più asfalto dipinto, ma di avviare una vera e propria rigenerazione verde. Catania ha un disperato bisogno di alberi, parchi urbani e spazi d’ombra per contrastare l’effetto isola di calore.

Il modello europeo a cui guardare

In molte metropoli del Mediterraneo caratterizzate da un impianto urbanistico complesso e disordinato, come il centro di Atene, la pianificazione punta sull’alternanza sistematica di alberi di agrumi selvatici e gelsomini per rinfrescare l’aria e migliorare il decoro.
La vera svolta ecologista per Catania consisterebbe nell’abbattere le strutture inutili, allargare i marciapiedi d’asfalto esposti al sole per trasformarli in viali alberati e obbligare i privati a liberare i terreni dai ruderi delle ex fabbriche abbandonate. La demolizione coatta delle aree industriali dismesse, finalizzata alla creazione di boschi urbani e parchi pubblici, rappresenterebbe un reale beneficio per la salute fisica e mentale di tutti i catanesi, a differenza di interventi ciclabili rimasti deserti e figli del fanatismo ideologico.

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