Una piccola favola dell’orrore: il Paese dei Balocchi

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C’era una volta — e vorremmo tanto che fosse soltanto una favola narrata a lume di candela per spaventare i bambini — un regno dove il copione del potere sembrava scritto da un burattinaio cinico e distratto.
Da un lato, la realtà bruciava. Le strade erano attraversate dal rombo e dalla rabbia dei cortei: studenti e docenti che occupavano le piazze perché le scuole cadevano a pezzi, autotrasportatori bloccati dall’incubo di un gasolio che costava ormai come l’oro colato e famiglie intere stritolate da un carovita spietato. Dall’altro lato, i signori del castello continuavano a recitare la loro parte nel copione dell’illusione.
Ancorati al loro mondo ovattato, pensavano di governare la tempesta sociale con i trucchi del Paese dei Balocchi: offrendo fandonie e lustrini per trasformare i cittadini in docili somari, facilmente guidabili e troppo distratti per accorgersi di dove li stessero portando. Ed ecco allora il grande prodigio legislativo: la Carta del Docente ribattezzata per incanto Carta Welfare — come se cambiare l’etichetta a una scatola vuota potesse sfamare il sistema scolastico — e dibattiti fiume sulle targhe personalizzate. Intanto, mentre i sudditi facevano i salti mortali per arrivare a fine mese, il governo trovava sempre lingotti d’oro da stanziare per la sovvenzione e il riarmo bellico, foraggiando conflitti che dovrebbero trovare immediata fine, anziché investire un solo centesimo in più in quel cantiere faticoso ma indispensabile che si chiama diplomazia e costruzione della pace.
Ma la favola del governo ha un difetto di fabbrica: non fa i conti con chi rifiuta di mettersi le orecchie da somaro.
Perché per fortuna c’è un’altra parte di Paese — quella che scende in corteo, che grida nei presidi, che si organizza nei posti di lavoro e sui camion — che all’incantesimo resiste. È la parte di popolo che non si lascia stordire dai maquillage semantico-burocratici, che vede chiaramente la polvere sotto il tappeto e che rifiuta di barattare i diritti essenziali con le giostre di cartone del potere.
Il “C’era una volta” istituzionale, prima o poi, si scontra sempre con il muro ruvido del “C’è adesso”. E a furia di trattare i cittadini come burattini da pilotare nel Paese dei Balocchi, il palazzo rischia di accorgersi che le piazze non chiedono più giochi di prestigio, ma giustizia, pane e pace.

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